Diario d'ascolto

Compito del musicologo è scrivere di musica: operazione laboriosa nella misura in cui è chiamata a tener conto della vasta geografia di confronti fra opere, figure, situazioni, istituzioni, ambiti artistici diversi e via dicendo. Per arrivare a mettere a fuoco la singola opera il cammino vi procede dal generale al particolare. In che misura è valido il processo contrario, dal particolare al generale?
È ciò che si richiede (o si dovrebbe richiedere) al critico musicale che agisce sul campo, come testimone diretto della musica eseguita; a colui che non si colloca a distanza di sicurezza (in posizione distaccata alla ricerca del modo che gli permetta di cogliere il più vasto insieme di relazioni possibili), ma a colui che si trova a contatto diretto con chi è incaricato di dare forma sonora alla musica, di farla vivere fisicamente di fronte a una comunità di ascoltanti.
In quel momento coinvolgente si percepisce ancor più l’energia che muove l’opera, e, subendo direttamente sulla pelle ciò che fa vibrare l’intero corpo, è possibile per lo spettatore innescare un processo che, dall’immediatezza di tale esperienza, seguendo dall’interno il diramarsi della costruzione sonora, gli permette di cogliere in modo vivo la sua configurazione formale. Anche in tale prospettiva si può pervenire a decifrare la vasta rete di relazioni in cui la musica si colloca, percependola tuttavia nella dimensione del vissuto, in una maniera che può essere condivisa con gli altri, dall’individuale al collettivo, senza che si affievolisca l’eco della sua vibrante sostanza.
È l’obiettivo che mi propongo in questa serie di schede testimonianti la mia personale esperienza d’ascolto


 

UN POEMA PER VIOLINO

Pagina più celebre di quanto lo sia diventato il suo autore, il Poème di Ernest Chausson, insieme ai concerti più famosi, si è istallato stabilmente nel repertorio dei violinisti come riuscita indiscussa senza con ciò aprire un varco alla conoscenza più profonda di un compositore le cui qualità, per quanto riguarda il resto della sua opera, rimangono tutte da scoprire.

EVOLUZIONE DEL CONCERTO

Il concerto come oggi lo concepiamo, nel suo irrinunciabile rituale serio e compito, è un’eredità della borghesia, la quale tuttavia giunse a formalizzarlo solo intorno alla metà dell’Ottocento, non a caso grazie a Franz Liszt. Il grande musicista, al culmine della carriera di virtuoso che gli aveva dato il potere di stregare i pubblici di ogni nazione d’Europa con la fantasmagoria delle sue esibizioni - dopo aver scontato tutti gli effetti possibili dell’estroversione circense richiesta allora ai pianisti - impose il modello del concerto monografico (di brani compiuti in relazione tra di loro). Con la forza della sua personalità, pervenuta a un grado di coscienza intellettuale che riscattava la musica dalla semplice funzione di intrattenimento, la innalzava allo stadio di alta manifestazione dello spirito.

L'OPERA NELL'OPERA

La parodia non è sempre una forma di attacco a scopo denigratorio, a volte è anche la consacrazione di ciò che si vuole bersagliare. In altre parole, di satira è degno colui che in qualche modo è riuscito ad affermarsi. Dalla concentrazione di parodie su una determinata personalità o su un determinato fenomeno è quindi anche possibile misurare il relativo “indice di gradimento”. 

WLADIMIR VOGEL: COMPOSITORE EUROPEO

Nato a Mosca il 29 febbraio 1896 da padre tedesco e da madre russa, Wladimir Rudolfowitsch Vogel si trovò fin dall’adolescenza a subire l’effetto di esperienze determinanti: l’incontro con Alexandr Skrjabin (la cui spinta spiritualistica oltre i confini della tonalità e la cui inconfondibile scrittura influenzarono i primi brani pianistici del Nostro) e il senso di rottura prodotto dalla Grande Guerra e dalla Rivoluzione d’Ottobre, il cui significato di riscatto sociale avrebbe per molto tempo marcato le sue idee politiche.

COMMISTIONI

Gli intrecci tra espressioni musicali di consumo e musica di tradizione colta non sono più una novità. Hanno dilagato al punto da non più imporsi come una categoria. Furono dapprima le ragioni turistiche a far crescere gli incontri dell’opera lirica con la massa in spazi aperti (Arena di Verona, Sferisterio di Macerata, Caracalla a Roma, ecc.), estendendo palcoscenico e platea per un’espressione che tuttavia rimane sempre integra e fedele alla propria fisionomia originale.

MICHELE STRANIERO E I "CANTACRONACHE"

Nel 1958, quando Michele Straniero (1936-2000) con Sergio Liberovici e Fausto Amodei diede vita ai “Cantacronache”, il riferimento non era alla canzone di consumo, di puro intrattenimento, ma alla canzone di testimonianza e di denuncia, «di protesta» come si diceva, in una prospettiva di contrapposizione all'organizzazione industriale dell’evasione che in Italia culmina ancora emblematicamente nel Festival di Sanremo. 

MELODRAMMA IN PROVINCIA

Il gazzettiere Macrobio in un’aria del primo atto de La pietra del paragone di Rossini intona le parole: “Chi è colei che s’avvicina / È una prima ballerina / sul teatro di Lugano / gran furor nel Solimano”. Si potrebbe pensare che il librettista Luigi Romanelli sia caduto sul nome della cittadina ticinese per una semplice ricerca di corrispondenza nella rima.

JOHN CAGE, SACERDOTE DEL SILENZIO

Non è stato certamente il Novecento a scoprire il valore dell’utopia nel fatto artistico. L’Ottocento ne è stato anche più profondamente impregnato, ma con la differenza di averla in un certo senso attuata, perlomeno di aver trovato un certo equilibrio tra ipotesi avveniristiche e possibilità di coinvolgervi i fruitori del prodotto artistico. Il caso di Wagner è lì a dimostrarlo. 
Su quella linea il Novecento non è stato da meno, con la differenza però che a un certo punto ha dovuto accontentarsi di ipotesi sulla carta, compiaciute nella propria formulazione e semplicemente sollecitanti l’immaginario collettivo.

L'EVOLUZIONE DEL TANGO

Il tango non è una forma o uno stile di musica, ma piuttosto una concezione del mondo, come la musica gitana, come il jazz. Esso nasce alla fine dell’Ottocento fra l’umanità diseredata della capitale argentina, fra gli emigranti italiani, tedeschi e d’altri paesi d’Europa spinti dalla necessità e carichi di passato, fra i gauchos scesi da cavallo e inurbati, trascinanti nella grande città la memoria della prateria. 

L'IRREFRENABILE RIFLESSIONE DI LUIGI NONO SULLA PROPRIA MUSICA*

Non c’è praticamente compositore del Novecento che abbia mancato di documentare la propria posizione estetica attraverso gli scritti. È questo certamente un segno della situazione della modernità avanzata che, per il fatto di avere in un certo senso anticipato i tempi cogliendo il pubblico impreparato, ha indotto i compositori a cercare di abbreviare le distanze con gli interlocutori impegnandoli a orientarli con parole programmatiche.

RIFLESSI DEL JAZZ IN EUROPA

Nella storia della cultura non sarà mai abbastanza considerato lo sconvolgente segno lasciato dalla prima guerra mondiale. Non solo essa chiudeva il capitolo di un secolo che aveva cullato l’illusione del tempo fermato nelle sue estenuate forme di decadentismo e di epigonismo, ma aveva anche profondamente contribuito a mettere in crisi il principio di eurocentrismo, il cui venir meno rappresenta un fattore accostabile al processo di usura interna del linguaggio, per importanza nello sviluppo dell’arte musicale occidentale oltre le prospettive dissolutrici.

AL CAPEZZALE DELL'OPERA CONTEMPORANEA

Della crisi del teatro musicale contemporaneo si parla da vari decenni ormai, da quando è venuta a mancare la spinta della tradizione e da quando anche questo settore della creatività musicale è stato inglobato nell’ambito dell’avanguardia e dei suoi progetti fondati su ipotesi anziché su verifiche. Periodicamente ci si raccoglie quindi intorno al suo capezzale per interrogarsi sul decorso della malattia.

MUSICA PER LO SCHERMO MUTO

Il termine di film sonoro si contrappone a quello di film muto solo per il fatto di presentare una colonna sonora incorporata alla pellicola sullo stesso supporto di celluloide necessario alla proiezione delle immagini, mentre ciò non è il caso del secondo che, per aver conservato l’immagine separatamente dal suono, viene ancor oggi considerato e analizzato come fenomeno puramente visivo.

LA PARABOLA DI ERNST KRENEK

Ernst Krenek figura tra i compositori più significativi del Novecento. Dico “significativi” poiché fra i grandi non fu mai considerato, circoscrivendosi la sua rilevanza al decennio o poco più di vita della Repubblica di Weimar, all’esplosione modernistica della Berlino degli anni Venti, al verbo musicale radicale di cui fu il principale emblema fra i compositori tedeschi coevi; Hindemith, Weill, Wellesz. Furono gli anni del neo-oggettivismo”, della Gebrauchsmusik, della pretesa dell’arte di parlare dell’attualità e di farsi politica. Furono gli anni di un rinnovamento globale che per la Germania ebbe un significato particolare.

PIERROT CINEMATOGRAFICO CON MUSICA

La relazione più diretta tra cinema e musica è verificata nella trasposizione filmica di opere musicali. Da quasi un secolo la commedia musicale americana è lì a dimostrare la solidità di un rapporto responsabile della creazione di un genere cinematografico reale e vitale.

IL MODERNO DOLORE DI PETRASSI

C’è qualcosa di anomalo nella formazione di Goffredo Petrassi rispetto ai riferimenti che valgono per la media dei compositori moderni. Egli stesso, tracciando la propria biografia, mise in risalto la sua condizione di fanciullo cantore nei cori delle basiliche romane che importa evocare non solo per evidenziare come il marchio della sua religiosità musicale provenga da lontano, ma anche per mostrare come il suo avviamento al destino di compositore sia avvenuto non per scelta intellettuale ma sulla spinta di una consuetudine, in una forma integrata al sistema sociale come raramente è dato di riscontrare nella biografia dei compositori del Novecento. 

 

D’altra parte è anche vero che, nel giudizio sul compositore romano, si è forse abusato di questi dati d’origine. Il riferimento al «barocco romano» per la parte della sua esperienza compositiva che va fino al 1937 (Salmo IX) è diventato infatti un luogo comune pericolosamente semplificatorio e limitativo più che stimolante nei confronti di altre esperienze, anche europee, da lui subite.

 MOTTETTI FRONTESPIZIO

Anche nel caso dei Mottetti per la Passione, risalenti al 1965, certamente la composizione suona in una dimensione prettamente italiana: la concezione corale a cappella vi segna una delle tappe significative di quel filone più o meno palese, più o meno sotterraneo, che si è voluto chiamare, con termine forse riduttivo, «neomadrigalismo», e che sicuramente riguarda la musica italiana dagli anni Trenta e oltre (fino a Luigi Nono e a Sylvano Bussotti in particolare). Ma i mottetti di Petrassi appartengono soprattutto alla stagione della sua esperienza contrassegnata dall’adozione del metodo seriale a cui egli approdò all’inizio degli anni Cinquanta, allineandosi con coloro che in tale orientamento l’avevano preceduto e nel confronto dei quali (come Stravinsky opposto a Schönberg) era considerato una specie di contraltare. 

Non è qui il caso di discettare sul significato di questa scelta e di questo salto. Non sarà invece inutile considerare il senso e la portata della dodecafonia in relazione a un simile testo religioso messo in musica da Petrassi.

 MOTTETTI FRONTESPIZIO

In una delle sue estrinsecazioni egli affermò di intendere la religione nel senso della speranza, di appiglio estremo per salvare l’uomo dall’angoscia e dalla disperazione. Tradotta in musica, tale esperienza nella dodecafonia trova allora appunto la sostanza necessaria a esprimere quella lacerazione dell’animo. Se nel fitto catalogo delle composizioni petrassiane, nelle applicazioni seriali tentate a più livelli, qualche perplessità può nascere intorno al rapporto di necessità tra esito e scrittura, in queste composizioni religiose non è certamente il caso. 

La scelta «drammatica» è già evidente a un approccio esteriore. Innanzitutto non siamo posti di fronte a un testo liturgico qualsiasi ma a quello dei responsori della settimana santa in cui si libera la dimensione umana del dolore di Cristo. La sua rappresentazione assume poi toni assai più che enunciativi nel modo di adesione al testo, dove sulla polifonia predomina l’omoritmia, da una parte in funzione dell’evidenza suprema assegnata alla parola e dall’altra come base per l’organizzazione del discorso non a flusso continuo bensì a contrasti.

 PETRASSI GIOVANE

Questa è la premessa al contrasto a secondo livello instaurato dalla sostanza dissonante discendente dalla struttura seriale, giustificata quindi come messa in opera subordinata a valenza drammatica e che, sia nei rapporti armonici sia in quelli istaurati sul segmentato arco melodico, sprigiona quelle tipiche tensioni che solo la dodecafonia è in grado di produrre. 

Affermare che la dodecafonia storicamente significhi solo questo è certamente riduttivo; sostenere che a tale livello d’espressione la dodecafonia sia in grado di conquistare una posizione di primato è invece indubbio e, a troncare sul nascere ogni discorso tendente a contestarla (Ansermet, ecc.), basterebbero esiti supremi come i Mottetti petrassiani nella loro insostituibile dimensione di moderno dolore.

LA RADIO DIDATTICA DI BRECHT E WEILL

Il volo di Lindbergh risale al 1929 e, come la Kleine Mahagonny fu presentato da Brecht e da Weill (ma anche Hindemith mise mano alla musica) al Festival di Baden-Baden. Immediatamente posteriore al successo dell’Opera da tre soldi, questo lavoro di più modeste dimensioni se ne scosta visibilmente.

LA MUSICA TEDESCA NEGLI ANNI VENTI

Cosa significano per la musica i «ruggenti anni venti» del nostro secolo? Sicuramente poco rispetto alla memoria di eventi di storia, di costume, di cultura che di quel periodo hanno tramandato l’immagine di vitalismo, di frenesia, di fede nella tecnica e delle innovazioni portate dalla società di massa.

L'ULTIMO DEGLI ISPIRATI

Personalità che segnò la rinascita dell'orgoglio ebraico in musica nel Novecento, Ernest Bloch (1880-1959) è compositore cosmopolitico per eccellenza. Ginevrino di nascita, formatosi a Bruxelles come violinista nella scuola di Eugène Ysaye, a Francoforte e a Monaco nella composizione sotto la guida rispettivamente di Iwan Knorr e di Ludwig Thuille, si affermò a Parigi nel 1910 con la rappresentazione del Macbeth, tappa iniziale della sua notorietà.

ASPETTI DELLA FRANCIA MUSICALE

La caratteristica della musica di essere un linguaggio non ostacolato dalle frontiere linguistiche ha favorito più che mai i fenomeni di esportazione, rispettivamente di importazione, facendo prevalere date tradizioni nazionali su altre. Ben noto è il monopolio detenuto dalla musica italiana fino all’Ottocento, come altrettanto evidente risulta il dominio della musica tedesca a partire dal XIX secolo.

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