• OFFICINA LETTERARIA
  • 22 Settembre 2017

    La montagna incantata di Thomas Mann

      Alessia Moretti

    Ci sono musiche che per amarle profondamente, bisogna ascoltarle per almeno due volte. In modo tale che l’orecchio abbia il tempo di sincronizzarsi su una frequenza nuova. Così questo romanzo. Che se amato una prima volta, sarebbe ancora più apprezzato una seconda.

     

    Scritto nel 1924, con una combinazione di prosa e poesia, La montagna incantata rappresenta probabilmente il più grande e accurato ritratto della civiltà occidentale dei primi decenni del Novecento. Esso incarna un vero e proprio documento volto a illustrare la psicologia europea e i problemi spirituali che caratterizzarono un periodo di così grandi cambiamenti.

    Inizialmente Thomas Mann non aveva progettato il libro con la fisionomia che conosciamo oggi. Esso, infatti, nasceva con l’intento di essere una risposta umoristica a La morte a Venezia.
    Con il tempo, lo scrittore capì che il romanzo ormai aveva in sé troppa energia per estinguersi in un progetto tanto limitato, così decise di lasciare all’opera un respiro maggiore. La possibilità, quindi, di estendersi verso un’impresa molto più sconfinata.

    Non ci stupisce quindi che La montagna incantata sia stata concepita con questa struttura a causa della scelta dei temi trattati, quali l’atteggiamento dell’individuo nelle questioni di malattia, di morte e di sessualità.

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    L’arena in cui si muovono i personaggi, un sanatorio in una località montana, diventa così il luogo ideale dove le impressioni e le meditazioni dei pazienti possono essere sviscerate fino in fondo. Il piccolo mondo, isolato dalla vita reale della pianura, è una sfera protetta, ovattata, in cui gli ammalati possono concedersi il lusso di creare un’altra realtà, la loro.

    Il protagonista, Hans Castorp, è un giovane ingegnere proveniente da Amburgo, il quale decide di andare a trovare il cugino, ricoverato per tubercolosi presso la casa di cura di Berghof in Svizzera. La stessa malattia contagia il ragazzo che è costretto a Davos per debellare il male.

    Mann

    Nel corso dei sette anni in cui è impegnato a seguire la terapia, anche Hans si unisce, inconsapevolmente, al mondo dei degenti, venendo così inglobato in un’atmosfera insolita. Davanti ai suoi occhi si apre la possibilità di vedere tutto da una nuova prospettiva, più alta, in un tempo non definito. Perché appunto la montagna non solo allontana fisicamente gli uomini dalla loro vita reale, ma “incanta” anche il tempo della loro esistenza. L’istante non scorre più via, non fugge come di consueto, ma rimane rarefatto come l’aria che respirano in alta quota. In quest’ordine rallentato la mente e i pensieri possono fermarsi e riflettere su quelle domande che la loro epoca propone.

    Con questo intento, i protagonisti non sono di passaggio su questa terra, ma hanno il privilegio di poter pensare allo Zeitgeist - lo spirito del tempo – che con inclemenza, mostra la crisi dei popoli, come se le sorti del mondo fossero giù decise.

    L’uomo non vive soltanto la sua vita personale come individuo, ma – cosciente o incosciente – anche quella della sua epoca e dei suoi contemporanei, e qualora dovesse considerare dati in modo assoluto e ovvio i fondamenti generali e obiettivi della sua esistenza ed essere altrettanto lontano dall’idea di volerli criticare quanto lo era in realtà il buon Castorp, è pur sempre possibile che senta vagamente compromesso dai loro difetti, il proprio benessere morale.

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    Ogni personaggio, concorre in senso metaforico a esprimere una delle voci di un dialogo maieutico. Tra i principali, si potrebbero citare forse i due più incisivi.

    Ludovico Settembrini, umanista ed enciclopedista italiano, è il mentore a cui spesso si rivolge Castorp. Colui, che con la sua conoscenza riesce a rassicurarlo, in modo razionale, sui temi dell’umanità e della giustizia, predicando l’abbandono della vita rassicurante ma falsa dell’oratorio. Lo studioso si contrappone alla figura del gesuita radicale, Leo Naptha, cinico e incline alla violenza. Il quale, vede nel terrore e nella morte l’unica arma per governare l’umanità. Tuttavia dopo diversi contrasti, sarà proprio quest’ultimo a ricorrere al suicidio.

    Rivediamo così in Ludovico, lo spirito ottimista e inconsapevole dell’illuminato che spinge l’uomo verso il “piano”, fuori dal guscio di uno scenario fatato e forse verso la fine di un mondo destinato al vero inferno. Mentre Naptha, nonostante sia il rappresentante di questa verità crudele non ha il coraggio di sostenere la vita, rinunciando infine ad essa.

    Le opinioni non possono sopravvivere se uno non ha occasione di combattere per esse.

    Dopo una serie di eventi drammatici all’interno del sanatorio, l’esistenza di tutti i personaggi procede verso un drammatico epilogo. Il loro ritratto finisce con il simboleggiare l’atmosfera esaurita e ormai invivibile della Belle Epoque e la contraddizione della Repubblica di Weimar in confronto agli altri paesi europei.

    È questo il momento, verso la fine del romanzo, in cui Hans è obbligato a lasciare il sanatorio e a scendere dalla sua montagna incantata, per tornare nella metropoli e per arruolarsi nell’esercito, destinato a vestire i panni di un soldato, carne da trincea per l’ineludibile conflitto mondiale.

    Il tempo raffredda, il tempo chiarifica; nessuno stato d’animo si può mantenere del tutto inalterato nello scorrere delle ore.

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