• OFFICINA LETTERARIA
  • 11 Maggio 2015 | Gallery

    Francesco Borromini a Roma - Santa Maria dei Sette Dolori

      Sofia Barchiesi

    Su via Garibaldi a Trastevere, in salita verso il Gianicolo, cinta da alte mura si trova una tra le più interessanti opere di Francesco Borromini: la chiesa di Santa Maria dei Sette Dolori.

    Si tratta di un edificio incompiuto, come si può subito intuire entrando nel cancello (disegnato probabilmente dallo stesso architetto), la facciata della chiesa presenta infatti una rustica cortina in laterizi.

    La storia del complesso, comprensivo anche di un convento addossato alla chiesa - non dell’architetto ticinese - inizia da lontano ed è legato alla figura di una donna ancora poco conosciuta: Donna Camilla Virginia Savelli. La nobile, nata a Palombara in Sabina nel 1602, figlia di Giovanni Savelli e Livia Orsini, sposò ventenne l’ultimo duca di Latera (nella provincia di Viterbo), Pier Francesco Farnese, da cui non ebbe figli. Fallito il tentativo di aprire un monastero per giovani donne a Latera, probabilmente per le rimostranze del coniuge, su consiglio della cugina Giacinta Marescotti, santa nel 1807, si spostò a Roma riuscendo nel suo intento. In città giunge con il marito (e alcune religiose) intorno al 1640, trasferendosi a via della Lungara nei pressi di Porta Settimiana a Trastevere. Seguendo gli spostamenti della nobile nella Roma del tempo, sappiamo che nel 1643 acquista da un tale Mario Nuzj, un terreno nella zona sotto a San Pietro in Montorio sul Gianicolo, per edificare il suo monastero. Il 5 novembre dello stesso anno si stende il capitolato dei lavori, secondo il quale quattro capomastri muratori, devono eseguire i lavori ‘a muro’, seguendo le indicazioni dell’architetto Francesco Borromini. I lavori ‘misurati’ da Antonio Del Grande, finirono quattro anni più tardi, come risulta dai documenti, ma l’entità dei fondi di Donna Camilla non doveva essere ingente, dato che la costruzione venne interrotta poco dopo per mancanza di denaro. Borromini peraltro è in quegli anni impegnato su vari fronti, il più importante dei quali è relativo all’incarico di papa Innocenzo X Pamphilj del restauro della basilica lateranense in previsione dell’Anno Santo (1650).

    Camilla, che con il marito risulta abitare nella zona ancora nel 1646, nel 1655 trasferisce le religiose nell’edificio ancora non ultimato; queste ultime seguivano la regola stesa dalla stessa fondatrice - ispirata da quella delle oblate di sant’Agostino e poi mitigata da papa Alessandro VII Chigi nel 1663 - nata in seguito alla devozione ai sette dolori di Maria: 1.Ascolto della profezia di Simeone sul piccolo Gesù; 2.Fuga in Egitto; 3.Smarrimento e ritrovamento di Gesù;4. Incontro con Gesù che porta la croce; 5.Crocifissione e morte di Gesù; 6.Ricevimento del corpo di Gesù deposto dalla croce; 7.Trasporto del corpo di Gesù nella sepoltura.

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    Interessante è seguire il progetto dell’architetto, che delimita la facciata della chiesa con due ali sporgenti, utili a sottolineare la spigolosità degli angoli, creando così un effetto di chiusura, allusivo alla vita stessa delle suore, appartate nelle mura del convento (costruito però più tardi, a partire dal 1662, da Francesco Contini).

    Dal portale si accede a un vestibolo mistilineo con volta piana e pareti convesse, di chiara ispirazione classica, riferita in particolare all’edificio delle Piccole Terme di Villa Adriana a Tivoli, che in quel periodo venne rilevata grazie alle campagne di scavo intraprese per volontà di Francesco Barberini. Adriano, imperatore colto e grande estimatore di architettura, aveva concepito la sua villa-città come imitazione di luoghi celebri del mondo, creando edifici dalle insolite planimetrie e volte, ammiratissime dal ticinese.

    L’interno, parallelo alla facciata, è a navata unica, di impianto rettangolare con angoli arrotondati - utilizzato anche in altri edifici, quali la sacrestia di San Carlino alle Quattro Fontane e la cappella di Propaganda Fide - e con effetto estremamente dinamico, grazie anche all’utilizzo di coppie di colonne con alta cornice, che mettono in risalto le quattro brevi cappelle laterali e l’altare maggiore. Sopra la porta di ingresso e inserita sempre nell’alta cornice, è la finestra a imbuto rovesciato, antistante un vano dal quale le suore potevano assistere alle funzioni. Le finestre aperte sopra alla cornice, non appartengono al progetto borrominiano, che sicuramente prevedeva un’illuminazione soffusa, a questo tuttavia spettano gli oculi delle cappelle, perfettamente inseriti nelle stesse.

    La chiesa venne completamente ridipinta nel restauro del 1845, alterando la volontà dell’architetto che aveva previsto, invece, una semplice tinteggiatura bianca, come in Sant’Ivo alla Sapienza. Anche il pavimento, originariamente in cotto, venne sostituito dall’attuale secondo  gli interventi degli anni ’30 del Novecento, intrapresi da Antonio Muñoz.

    Se il progetto di Borromini finisce in questa fase, comunque straordinaria, la vita del complesso continuò. Alla morte della madre, Livia Orsini, avvenuta in data imprecisata, Camilla trova nuovi fondi per il completamento del complesso (1667) e, alla morte del marito nel 1662 (sepolto nella chiesa), vi si trasferisce, pur non vestendo mai l’abito delle oblate. Qui muore il 15 novembre del 1668 e qui riposa, in odore di santità, in un sarcofago fra l’altare di sinistra e l’abside. All’interno si segnalano la pala di Carlo Maratta con Sant’Agostino e, dello stesso autore il ritratto di Camilla Virginia Savelli (esposto nei locali della clausura). Nel corso dell’occupazione francese le suore furono costrette ad abbandonare il convento; rientrate nel 1815, parteciparono attivamente alla cura dei feriti nel corso della repubblica romana del 1849, prestando assistenza a entrambe le parti. Nel 1870 il convento subì le cannonate di Nino Bixio, mentre nell’ultimo conflitto, durante l’occupazione nazista, numerosi ebrei vi trovarono rifugio. Si segnala infine, la trasformazione del convento in elegante hotel, denominato Donna Camilla Savelli a ricordo della nobile fondatrice.

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    Crediti: le foto della Gallery sono di Vincenzino Siani