• OFFICINA LETTERARIA
  • 20 Gennaio 2018

    Delitto e castigo di Fëdor Michajlovič Dostoevskij

      Alessia Moretti

    Non tutti i romanzi possono essere letti in un momento qualsiasi della vita. C’è quella categoria per la quale bisogna essere liberi da qualsiasi peso emotivo, per potersi concentrare in modo imparziale sulla lettura.

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    Sono quei libri che, una volta divorati, contrassegnano la scala temporale della tua esistenza con un prima, e un dopo. Ti affidano un bagaglio silenzioso che si poggia sulle spalle e che diventa parte integrante dei tuoi giorni.

    Tra questi, probabilmente, uno dei più rappresentativi è Delitto e castigo di Fëdor Michajlovič Dostoevskij del 1866.

    Alla domanda, i romanzi possono essere pericolosi? Rispondo sì, possono esserlo. E il libro sopraccitato lo è, non perché c’è di mezzo un omicidio, ma perché si va oltre il gesto criminale. Non si analizza solo un delitto materiale, ma si anatomizza un delitto concettuale. Ci s’inoltra nella psiche umana senza accorgersene e si entra in un vortice di incubi non troppo distante da noi. Il romanzo diventa, in tal caso, un veicolo attraverso il quale entriamo in un’altra dimensione, dove ci misuriamo con le paure più nascoste e le nostre debolezze.
    Dostoevskij è stato un maestro in questo: nel costruire un labirinto guidato, dove il lettore perde il senso dell’orientamento e si ritrova faccia a faccia con se stesso. Si può dire, quindi, che l’autore russo sia stato il più grande psicologo dei nostri tempi.

    Il fulcro su cui si muove tutto il romanzo rimane uno tra i più discussi ed irrisolti quesiti della storia: qual è il limite dell’uomo? A quale prezzo si afferma la propria volontà? Ci si può perdere sulla strada?

    In tal senso, Delitto e castigo, non è spinto solo da un’influenza religiosa, d’impronta cristiana, ma indaga la natura, le barriere dello spirito, con piena consapevolezza.

    Si discute fin dall’inizio sugli ostacoli più comuni al mondo, la povertà, il vuoto che assilla la vita degli uomini, per arrivare fino al suo estremo: la miseria, il vuoto dentro di noi.

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    Egregio signore, la povertà non è vizio, questa è una verità. Io so anche che l’ubriachezza non è una virtù, e questa a maggior ragione. Ma la miseria, egregio signore, la miseria è vizio.
    Nella povertà voi conservate ancora la nobiltà dei vostri sentimenti innati; nella miseria, invece, nessuno mai la conserva.

    Ed è durante la descrizione di queste fratture all’interno della società che incontriamo i vari personaggi, ognuno testimone di un’afflizione esistenziale, voci di un coro polifonico, che ricordano un girone dell’inferno dantesco.

    L’intreccio, alla base del romanzo, è molto semplice. Dostojevskij sceglie Raskol’nikov come superuomo ideale, un giovane studente idealista pietroburghese che, a causa delle sue estreme ristrettezze economiche, mette in atto l’omicidio di una vecchia e ingorda usuraia, con il piano di liberare il mondo da una donna diabolica, e di usare il denaro e gli oggetti rubati alla defunta per fare del bene agli altri.

    Egli decise che per lui, nel suo caso personale, non ci potevano essere di quei morbosi rivolgimenti psichici, che la ragione e la volontà lo avrebbero assistito, incrollabilmente, durante tutto il concepimento del suo disegno, per l’ultimo motivo che quanto egli aveva divisato “non era un delitto”.

    In questo modo il giovane indigente pensa di poter essere un uomo diverso dagli altri, come Napoleone; di poter togliere una vita per salvarne tante altre. Crede che l’intelligenza che gli è stata donata gli conceda il privilegio di decidere cosa sia giusto e cosa non lo sia.

    Tuttavia nell’atto rimane uccisa anche la sorella benevola dell’usuraia, Lizaveta, che incidentalmente diventa testimone dell’omicidio. E così, il crimine si fa duplice. Ma il movente narrativo non si ferma su questo, non vuole concentrarsi sulla ragione del delitto ma sul come è stato compiuto, momento per momento. Assistere, quindi, alle conseguenze che si riversano su una mente predisposta a ragionamenti logici e “giusti”. Tuttavia, la reazione umana diventa per Raskol’nikov imprevedibile, soprattutto quando una volta fuggito dal luogo del misfatto, si ritrova disorientato in mezzo alla strada.

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    Egli si voltò più morto che vivo; lì era già salvo per metà, e lo capiva: meno facili erano i sospetti, e inoltre c’era molta gente che andava e veniva, ed egli vi si perdeva frammezzo come un granello di sabbia. Ma tutte queste torture lo avevano a tal punto estenuato, che si muoveva a mala pena. Il sudore gli colava giù a gocce; il suo collo era tutto bagnato. “Guarda che sbornia!” gli gridò qualcuno, allorché sbucò nel canale.

    Il ragazzo piomba quasi immediatamente in una febbre cerebrale, sopraffatto da un lugubre tormento, frutto di rimorsi e pene intellettuali. I nervi si sgretolano sotto il peso del segreto, ed è proprio qui che inizia il suo castigo, una solitudine claustrofobica. Egli diventa irrimediabilmente vittima di se stesso e comincia a somatizzare in ogni modo il suo senso di colpa ossessionante.

    La convinzione che anche la memoria, anche la semplice capacità di riflettere lo stava abbandonando cominciava a tormentarlo insopportabilmente. “E se fosse già il castigo che comincia, il castigo che si avvicina? Ecco, ecco, è proprio così!

    Ma il grande romanziere però non abbandona il suo protagonista a un denso tormento senza fine e gli predispone un percorso di redenzione. Il riscatto di Raskol’nikov, avviene tramite l’incontro con Sonja, una giovane ragazza aggrappata alla propria fede, dall’anima sincera e profonda. La quale, costretta a prostituirsi per sostenere la matrigna tisica e i fratellastri, mostra al giovane le ragioni che la spingono a lottare e induce Raskol’nikov ad accettare la pena.

    Il giovane uomo, con la vicinanza della ragazza, che lo seguirà ovunque, decide di affrontare il passo della confessione, per finire nelle prigioni di una desolata Siberia. Nonostante il luogo, il protagonista adesso è veramente libero, terminando finalmente la sua distruzione emotiva.

    Per concludere possiamo aggiungere che Delitto e castigo non è un classico romanzo di metà Ottocento, ma in esso sono presenti tutti quegli elementi propri dell’arte moderna. Infatti, considerando sia i temi trattati sia il modo in cui vengono affrontati, Dostoevskij può considerarsi un antesignano di Nietzsche. Non è un caso che fu proprio quest’ultimo ad appassionarsi alle sue opere e a crescere con esse. Nel testo, già con grande anticipo, ritroviamo molti dei temi cari al filosofo.

    Ci sono uomini superiori e inferiori (…) intendo parlare di un uomo più completo, più ricco, più intero di fronte a innumerevoli uomini incompleti e frammentati.

    Raskol’nikov, tuttavia, è un super uomo che non ce l’ha fatta, nonostante pretendesse di porsi al di là del bene e del male. E’ stato alla fine un essere umano che, travolto da un’illusione, ha seguito un gesto apparentemente giustificato e sistematico.

    Eppure a distanza di un secolo ci chiediamo ancora se si può essere migliori di Raskol’nikov. Dostoevskij, forse, alla fine non è mai stato superato e aveva già dimostrato tutto, anche perché l’arte, spesso, arriva per prima in luoghi oscuri dove la scienza approda in ritardo.

    – Lizaveta? – mormorò Raskol’nikov con una voce che udì appena.
    – Ma Lizaveta, la commerciante, forse che non la conosci? Veniva qui sotto. Ti ha anche aggiustato una camicia.
    Raskol’nikov si rivoltò verso la parete e sulla sudicia tappezzeria gialla a fiorellini bianchi scelse un fiorellino rozzamente disegnato, con certi trattini color marrone, e si diede a esaminare quante foglioline avesse, quali dentellature e quanti trattini in ogni fogliolina. Egli sentiva che mani e piedi gli si erano intormentiti, come se non li avesse più, ma non provava neppure a fare un movimento e guardare ostinatamente un fiorellino.

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    È in quel rozzamente disegnato, in quel soffermarsi in qualcosa di apparentemente insignificante, che troviamo il senso irragionevole della disperazione. Nel seguire ciecamente il senno, Raskol’nikov, lo perde del tutto. Questo processo di svuotamento emotivo ne è un segno evidente.

    Rimane in questo modo, il messaggio che pulsa in ogni pagina del libro: la forza di un uomo emerge grazie al suo percorso, attraverso le sue esperienze e gli ovvi tormenti. Perché la vita è soprattutto sofferenza, e quando quest’ultima non si metabolizza nel modo giusto, può finire con il guastare l’anima. Una mente può snaturarsi, chiudersi in se stessa, rimuginare sui propri pensieri, distaccarsi dalla società, ma per riappropriarsi del senso della vita bisogna vivere come Sonja, con sentimenti autentici in mezzo a un mondo reale.

    L’azzardo di Raskol’nikov, nel voler essere un superuomo, un detentore della Verità, viene così punito attraverso un lungo percorso di espiazione e, nel compierlo, ci trascina con sé in un viaggio oscuro da cui ogni uomo vorrebbe fuggire.

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