• Diario d'ascolto
  • 14 Novembre 2016

    Due pesi e due misure culturali: Bowie vs. Boulez

      Carlo Piccardi

    Il destino ha voluto che, a distanza di pochi giorni l’una dall’altra, nel 2016 scomparissero due personalità rappresentative della musica d’oggi, Pierre Boulez (5 gennaio) e David Bowie (10 gennaio).

    In realtà rappresentative di due mondi musicali diversi: il primo della cosiddetta “musica d’arte” (“forte” la chiama Quirino Principe), il secondo del rock (e dei suoi derivati).
    È interessante allora notare il modo diverso in cui l’evento si è rispecchiato nei media.

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    Pochi telegiornali hanno riportato la notizia della morte di Boulez, dai quotidiani ospitata (tranne eccezioni) solo nelle pagine interne con brevi commenti e con rari articoli. Di Bowie hanno troneggiato le fotografie in prima pagina e servizi abbondanti (5 paginate ne “La repubblica”, quattro nel “Corriere della sera”). Il fatto ha dominato in apertura in tutti i telegiornali. Il TG2 serale dell’11 gennaio gli ha dedicato l’apertura con un servizio di ben nove minuti, riprendendo il tema in chiusura. Il fatto dà la misura di come sia rivoluzionato il mondo della musica rispetto a qualche decennio fa.

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    La tradizione colta costituisce un filone fiorente, ma di tipo prevalentemente museale, poggiando essa sulle grandi figure del passato: Bach, Mozart, Beethoven, Rossini, Verdi, Puccini, ecc.. Anche se presenti con minore frequenza, del passato fanno ormai parte tutti i compositori del Novecento (Schönberg, Stravinsky, Bartók, ecc.). Invece l’impatto della musica contemporanea di tradizione ‘borghese’ programmata nei concerti sinfonici e nei teatri (di Boulez e di chi è venuto dopo di lui) non solo ha subito un arretramento, ma ha perso di rilevanza al punto da scontare la marginalizzazione nei media. Nel caso di Boulez, nonostante l’esternazione del presidente francese François Hollande, la notizia della morte ha colpito un pubblico limitato, mentre del funerale non si è saputo niente.
    Quando Verdi morì a Milano nel 1901 il corteo funebre, seguito da migliaia di spettatori, paralizzò la città, mentre si ricorda che, durante la sua agonia all’Hôtel de Milan dove si spense, la via che lo costeggiava fu cosparsa di paglia affinché le carrozze transitassero senza far rumore.
    https://www.youtube.com/watch?v=iIrSZhCMcgE

    corriere della sera


    Verdi State Funeral 1901

    Oggi è semmai davanti al murale di Brixton in Tunstall Road, nel quartiere londinese dove Bowie è nato, che si ammucchiano i fiori e le candele accese portate in omaggio, mentre a ricordarlo nei telegiornali si è scomodato il primo ministro David Cameron, con risonanza fino in Vaticano dove il cardinale Gianfranco Ravasi (presidente del Pontificio Consiglio della cultura) lo ha onorato postando i versi di una sua canzone in un tweet che ha fatto il giro del mondo.

     Pierre-Boulez

    Cosa significa ciò: che dobbiamo cambiare paradigma nell’attribuzione dei valori artistici per quanto riguarda la musica? Riconoscere che Bowie è l’equivalente di Beethoven oggi? La tentazione è forte, con conseguenze che hanno già prodotto deformazioni grottesche da quando Walter Veltroni, in qualità di ministro della cultura nel governo Prodi, a sostegno della “musica contemporanea” introdusse incarichi di composizione ai cantautori.
    In verità i valori artistici riguardano non solo le opere ma l’intero contesto di recezione dell’opera d’arte: non solo la sua produzione e la sua estrinsecazione, ma il modo in cui è diffusa e recepita, discussa, commentata, sedimentata nella memoria, approfondita, ecc. Orbene ciò che mi ha colpito nel caso di Bowie è stato lo sproloquio generale che, sospinto dall’emozione collettiva che ha prodotto il compattamento della “cultura pop”, non solo ha dato la stura alle più inverosimili stramberie espressive, ma ha raggiunto vertici iperbolici. Ecco quanto ha scritto Ernesto Assante nell’edizione online de “La repubblica”:
    “È difficile se non impossibile immaginare la cultura del nostro secolo senza il contributo fondamentale di David Bowie. L’artista inglese ha attraversato questi ultimi 50 anni con costante capacità d’innovazione, rinnovando tutte le volte il proprio modo di fare musica, il proprio repertorio, la propria immagine senza negare mai agli ascoltatori la possibilità di vedere il mondo con occhi diversi. Se è vero che il rock è un ‘modo di fare le cose’ e non un genere, Bowie è stato l’artista rock per eccellenza, il suo ‘modo’ è stato eclettico, sorprendente, innovativo, elettrico, teatrale, popolare […]”. Ovvietà e vaniloquio di impianto ditirambico qui si qualificano da sé.

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    La sfrenata esaltazione è andata oltre ogni limite nel servizio citato del TG2, che l’ha definito “profeta e alfiere del postmoderno”, dal “tipico impatto di utopismo estremo e bagliori nichilistici di pulsioni visionarie e di slanci di irrequietezza e ricerca di contaminazione, di salti sperimentali e di schegge burlesche”, chiamandolo “rabdomante e insieme sorgente di nuove tendenze”, attribuendogli un’“onnivora incoerenza alla quale è rimasto coerentemente fedele”, affermando che “avrebbe fatto impazzire Aristotele e il suo principio di non contraddizione”.

    È superfluo soffermarsi sull’intreccio di parole a casaccio su uno sfondo gergale, chiamate a produrre concetti privi di significato e senza verifica analitica, culminanti in espressioni fuori misura come quella che lo ha riconosciuto portatore di un “messaggio terrestre di un altro mondo”. Non ci vuole molto a riconoscere che tale vacuità non è critica, bensì parodia della critica - involontaria forse, ma non per questo giustificabile. È il sintomo di un fenomeno che ambisce a primeggiare al di là della funzione essenzialmente ricreativa che l’ha determinato e che lo motiva - a ergersi come emblematico punto di riconoscimento di un vasto ambito sociale - ma che cade indietro per debolezza costitutiva.

    Parlare di cultura può andar bene, come va bene quando ci riferiamo ai filoni della tradizione folclorica studiati dall’etnomusicologia, che li mette sotto la lente come manifestazioni strutturali della società, dirette, immediate, spontanee, non implicanti autoanalisi e autoriflessione.
    Ammantare di critica (fatalmente risolta in finta critica) la ‘cultura pop’ consolidata intorno all’autonomia delle esperienze generazionali (giovanili), significa abusarne, sottoporla al rituale riflessivo importato dalla cultura borghese ereditata, senza che ce ne sia una ragione.

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    A meno che ciò avvenga come una supplenza, a colmare il vuoto che si è determinato nell’indebolimento strutturale della creatività che contrassegna oggi l’ambito della musica contemporanea, erede delle avanguardie storiche. In questo senso la parallela morte di Boulez assume un significato simbolico: con lui è scomparso l’ultimo testimone dell’ultima generazione dei compositori che hanno lasciato un segno nella memoria collettiva (Cage, Stockhausen, Nono, Berio). Dopo di loro non c’è più nessuna personalità di quell’ambito in grado, col suo operare, di imporsi come evento nei media di massa.

    Personalmente non ritengo che ci siano le premesse di un organico passaggio di testimone fra i due settori, ma sicuramente su questo occorre riflettere e su ciò devono interrogarsi gli artisti che pretendono di affondare le loro radici nella coscienza del progresso storico della musica.

    Su questi aspetti hanno riflettuto i membri dell’Accademia di Svezia che hanno deciso di attribuire il Premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan, sdoganando la ‘cultura pop’?
    Perlomeno più chiarezza ha fatto il Premio Chiara creando, accanto al premio principale, una nuova categoria: il “Premio Chiara le parole della musica”. Quest’anno l’ha attribuito al cantautore Roberto Vecchioni, con la motivazione: “Per aver raccontato la storia dell’Uomo con le parole di tutti i giorni”.

    L’importante è sapere che la si può raccontare con altre e più impegnative parole.

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