• SCIENZE NATURALI E DELL’UOMO
  • 2 Febbraio 2016

    I gladiatori e il cibo

      Letizia Abbondanza

     Una ricerca austriaca nella città di Efeso in Turchia, l’antica Asia Minore, ha messo in luce una serie di sepolture maschili – in realtà una sorta di fossa comune – con resti ossei che l’esame antropologico ha potuto ricondurre a una settantina di gladiatori professionisti.

    Il rinvenimento è prezioso non solo per la sua rarità, ma anche e soprattutto per l’omogeneità dei reperti e per la grande quantità di informazioni scientifiche che da essi è stato possibile desumere.

    Gli scavi dell’equipe di archeologi e antropologi, guidata dai professori Fabian Kanz e Karl Grosschmidt rinvennero nel 1993, a est dello stadio, ai piedi del monte Panayirdağ, un’area sepolcrale con circa 1000 reperti ossei concentrati in una superficie di 20 metri quadri, fino a una profondità di 3 metri. Una sorta di fossa comune dove erano stati sepolti individui affini per età e condizioni di salute. Dalle indagini antropologiche sui resti ossei, iniziate nel 2001, risultò che si trattava di ossa di 68 gladiatori ed è stato possibile desumere molte notizie interessanti sulla loro vita, sui traumi subiti nella loro professione e sulla loro alimentazione. Si trattava di individui in età adulta (solo un caso in età avanzata), alti in media m 1,68, tutti morti evidentemente a causa di traumi violenti. Alcune caratteristiche comuni dei reperti ossei di Efeso hanno permesso il riconoscimento della categoria professionale cui gli individui appartenevano.

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    Le ferite, ben leggibili sulle ossa, documentano infatti le cause della morte, le armi utilizzate, i tipi di armamento che coprivano in misura maggiore o minore certe parti del corpo, e i tipi di combattimento. I teschi presentavano perforazioni di armi appuntite (lancia, giavellotto ecc.), o colpi di armi da taglio (spade, pugnali), o ancora colpi massicci che hanno provocato fratture multiple delle ossa craniche. La relazione tra le ferite più o meno acute e i tipi di armamento ha evidenziato che una certa percentuale delle ferite al cranio risulta guarita, onde si può pensare che esse risalissero alle esercitazioni nelle caserme, dette ludi, che precedevano lo scontro nell'arena, oppure, semplicemente a precedenti combattimenti dai quali il gladiatore era uscito vittorioso.

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    Una percentuale piuttosto alta delle ferite mortali al cranio ha caratteristiche comuni e può esser ricondotta al colpo di grazia con il quale un incaricato (il cosiddetto dis pater secondo Tertulliano, Tertulliano Apologetico 15,45) finiva i gladiatori morenti sull'arena con un colpo alla testa.

    Come è noto, l’allenamento di un gladiatore e la sua formazione erano un investimento per l’impresario che se ne occupava, il lanista, ed era interesse comune che i guerrieri bravi sopravvivessero agli scontri e che venissero anzi tenuti in vita con le giuste cure mediche e soprattutto con la giusta alimentazione.
    Quello che differenziava i gladiatori dai normali schiavi o prigionieri era infatti la cura che si aveva per la loro salute fisica. Le stesse caserme erano in genere costruite in zone caratterizzate dal clima salubre e i gladiatori erano assistiti costantemente da medici che curavano la loro alimentazione. Proprio su questi temi sono di grande interesse le informazioni degli studi antropologici di Efeso che hanno dato risultati unici nel panorama archeologico.

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    Poiché la composizione chimica delle ossa di tutti gli individui sepolti nella necropoli presenta caratteristiche simili, possiamo ritenere che tutti si allenassero da diverso tempo e che dunque fossero già da mesi alloggiati e alimentati nel ludus di Efeso. Abbiamo dunque di fronte una tipica classe di guerrieri professionisti: non prigionieri appena arrivati nella caserma, ma gladiatori esperti.

    Le medesime analisi chimiche lasciano inoltre ipotizzare che, come per tutti i soggetti impegnati in allenamenti fisici quotidiani, e sottoposti a costanti sforzi muscolari, l'alimentazione predominante fosse a base di carboidrati, e solo secondariamente a base di proteine e grassi. E infatti nelle fonti i gladiatori erano ricordati come hordearii, mangiatori di orzo.

    L’orzo
    Secondo Plinio (Storia Naturale, XVIII, 72) i gladiatori erano soprannominati “nutriti a orzo”, hordearii; lo stesso termine è usato, come sinonimo di “gonfio, ampolloso, tronfio”, per definire un certo tipo di oratore particolarmente pieno di sé (Svetonio, Grammatici e retorici)


    Galeno
    Galeno (129-199 d.C.) ebbe una carriera brillante, passando dal ruolo di medico in una caserma gladiatoria a Pergamo a quello di medico di corte presso l’imperatore Marco Aurelio (161-180 d.C.), Si recò a Roma la prima volta nel 162 d.C. e poi vi si stabilì definitivamente dal 169 fino alla morte. La sua elevata formazione intellettuale, portata avanti in Grecia e ad Alessandria in Egitto, è ben riflessa nei suoi testi, inizialmente di carattere filosofico, per poi diventare manuali di medicina. La sua teoria medica deriva da Ippocrate, ma a lui premeva ragionare sugli individui e sulle loro qualità peculiari, non credeva cioè a una medicina fatta di regole generali. Secondo la sua classificazione la salute è intimamente connessa con la condizione “libera” dell’individuo, non solo nel senso sociale, ossia di nascita libera e non schiavile, ma anche in senso etico: gli individui potevano infatti essere schiavi anche della loro vita e del loro lavoro, e in qualche modo non in pace con sé stessi. Secondo Galeno ciò che influisce sulla salute è dunque la costituzione fisica e la condizione di libertà della persona: l’individuo peggiore è colui che unisce la cattiva costituzione a uno stato servile. Tale classificazione risente evidentemente del suo lavoro nella palestra dei gladiatori, a contatto con atleti costretti a praticare l’allenamento per schiavitù, e non invece da persone libere, dedite alla pratica sportiva per esigenze igieniche. La ginnastica e l’attività sportiva erano pratiche tipicamente greche, che sintetizzavano molti dei valori principali del mondo classico, tra i quali il culto del corpo sano. Galeno riteneva però che l’igiene, ossia il mantenimento di un corpo nell’equilibrio della salute, fosse argomento della medicina e non della ginnastica, come invece altri pensavano, poiché essa si fondava su presupposti scientifici e non solo pratici. 

    Il medico Galeno, attivo nel II secolo d.C. a Pergamo, in una caserma di gladiatori, a proposito delle virtù dietetiche delle fave, dice che i gladiatori che lui curava ricevevano quotidianamente una sana e abbondante dose di decotto di fave e orzo mondato, per aumentare lo spessore dei tessuti del corpo. Questo doveva renderli più simili a lottatori di Sumo che ai guerrieri asciutti che noi immaginiamo, poiché lo spesso strato di grasso che si formava doveva in qualche modo proteggerli dai colpi di arma da taglio cui erano esposti. Grosschmidt pensa addirittura che grazie a questa corazza di adipe essi potessero combattere più a lungo, sopportando meglio le ferite, e che queste ultime fossero anche più vistose e spettacolari per il pubblico.

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    La notizia di Galeno sull'alimentazione nelle caserme ha indotto gli studiosi austriaci a ipotizzare che i gladiatori fossero in realtà vegetariani e che non assumessero proteine animali. La loro struttura fisica poteva essere paragonata a quella dei moderni pugili, o degli atleti del pentathlon, ossia sportivi cui interessava potenziare e nutrire tutti i gruppi muscolari. Una volta sviluppata la massa dei muscoli, essa doveva essere allenata nella velocità, nella coordinazione e nella concentrazione, quindi sostanzialmente con un nutrimento basato su amidi e zuccheri semplici.
    Per un individuo di età media tra 18 e 25 anni, con un peso di 70 kg, la quota di energia giornaliera si doveva aggirare intorno alle 4.800 kcal, delle quali il 19% da proteine, il 30% da grassi e il 51% da carboidrati. Da queste considerazioni gli archeologi austriaci hanno ipotizzato una dieta tipo, priva appunto di carne, che poteva dunque includere giornalmente 450 grammi di fagioli, 280 grammi di orzo e 250 grammi di olio di oliva. Poiché il fabbisogno di calcio non era coperto interamente da questi alimenti, erano necessarie dosi integrative per rafforzare la struttura ossea, che i gladiatori assumevano con una bevanda a base di acqua e cenere, il cinis potus, efficace anche contro le contusioni.

    Le fave e l'orzo
    Galeno (VI 529 K.) dice che delle fave si poteva fare una zuppa liquida o densa, oppure un decotto con l'orzo mondato (ptisana). Di quest'ultimo si nutrivano quotidianamente i gladiatori poiché accresceva lo spessore dei loro tessuti, ma non rendendoli densi e duri, come la carne di suino, ma di consistenza più gonfia e spugnosa. Le sostanze contenute nelle fave producevano infatti gonfiore e per questo esse dovevano essere assunte possibilmente cotte. La farina di fave essiccate aveva inoltre un alto potere detergente per la pelle ed era usata dalle matrone per lavarsi il corpo. Con un passato di fave veniva poi trattata la pelle del viso poiché si riteneva avesse il potere di far sparire le efelidi.

    La bevanda alla cenere (cinis potus)
    Plinio (Storia Naturale, XXXVI, 202) tramanda la notizia di Varrone secondo la quale ai gladiatori che avevano riportato ferite e contusioni veniva elargita una pozione d'acqua nella quale si facevano bollire ceneri con sali di soda o potassio: “Per le slogature interne e le contusioni delle viscere addominali Marco Varrone dice, per usare proprio le sue parole: “vaso officinale sia il focolare; di lì si prende infatti la lisciva di cenere che, bevuta, guarisce. Basta guardare i gladiatori che, quando hanno finito un combattimento, si aiutano con questa pozione”.

    L’alta presenza di stronzio evidenziata nella struttura ossea dei reperti di Efeso, di gran lunga al disopra della media delle altre categorie della società antica, con valori simili a quelli degli erbivori, e per contro la scarsità di zinco, hanno confermato agli austriaci l'idea che quei gladiatori si astenessero dalla carne.

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    Tali risultati scientifici sono certamente dati importanti e nuovi, soprattutto per il fatto che non abbiamo fonti ulteriori che diano notizie certe del regime alimentare adottato da guerrieri professionisti, allenati per combattere tra loro in scontri molto violenti o, peggio, ad affrontare animali feroci.

    I duelli tra gladiatori (munera) e le cacce (venationes)
    Come è noto gli scontri cui erano destinati i gladiatori, erano di due tipi: i duelli tra combattenti appartenenti a familiae differenti, ossia armati in modo diverso, e le simulazioni di cacce, che si svolgevano di norma la mattina (ludus matutinus) che inscenavano cacce esotiche o scontri tra guerrieri e belve feroci.

    Lo stesso Galeno, dotto filosofo, oltre che medico molto attento alla composizione della dieta, non ha indicato  misure nutrizionali come norma igienica della vita sportiva (Finestra 6). Né lui né altri medici antichi hanno invece mai teorizzato il vegetarianismo nelle norme dietetiche per la salute, che pure occupano uno spazio importante nel quadro delle teorie mediche. L'astensione dalla carne e dal vino è consigliata solo come misura temporanea per curare alcuni stati patologici, per esempio l'epilessia.

    I vegetariani, nell’antichità
    Il regime alimentare vegetariano nell’antichità fu introdotto come voto religioso dai Pitagorici, ossia dai seguaci della filosofia di Pitagora (V secolo a.C.), e faceva parte delle regole ascetiche di purificazione cui si sottoponevano gli adepti: all’astensione dalla carne, dalle fave e dai fagioli, si associava l’obbligo di castità e l’astensione dai sacrifici cruenti, durante i rituali religiosi, ossia l’esclusione degli animali dai sacrifici con i quali fare voto agli dèi. L'idea era connessa al principio della trasmigrazione delle anime e dunque si basava sulla somiglianza sostanziale di tutti gli esseri animati, che meritavano tutti le stesse forme di rispetto. Le regole pitagoriche avevano l’obiettivo di produrre una “catarsi”, appunto purificazione, non solo del corpo ma anche dell’anima, che, così più leggera, poteva acquisire poteri magici. In epoca imperiale il filosofo Porfirio (234-305/310 d.C.) scrisse un testo intitolato De Abstinentia, nel quale teorizzava di non uccidere animali.
    La rinuncia alla carne era dunque una caratteristica molto forte, esprimeva una volontà di differenziazione dalla norma, un’astensione dall’alimentazione regolare, e qualificava una pratica filosofico-religiosa.

    Viceversa, oltre alla notizia di Galeno sul consumo di orzo e legumi, sappiamo che l’alimentazione nei ludi doveva essere molto ricca, soprattutto prima dei combattimenti, con alimenti simili a quelli offerti all’esercito prima della battaglia, miranti all'efficienza fisica e alla massima aggressività.

    Ne parlano gli storici, menzionando la gladiatoria sagina, ossia il cibo da ingrasso dei gladiatori, elargita occasionalmente anche ai soldati. Tacito narra infatti che Vitellio, uno degli imperatori che si susseguirono dopo la morte di Nerone, nel 69 d.C., ne distribuì alcune razioni al suo esercito, provocando nell’accampamento un'invasione di civili che tentarono di mescolarsi ai soldati per mangiare, finalmente, a sazietà (Tacito, Storie, II, 88).

    Il rancio dei soldati romani
    Il pasto dell’esercito era molto nutriente e molto tematizzato dalle fonti letterarie: alcuni testi parlano del rancio più semplice, composto da lardo, formaggio e posca, una bevanda fatta di acqua e aceto, (Scrittori della storia augusta, Vita di Adriano 19,2). Una misura restrittiva prevedeva invece solo lardo (laridum), pane (buccellatum) e posca (Scrittori della storia augusta, Vita di Avidio 5,3)
    Altre fonti ancora (papiri) specificano che le porzioni quotidiane pro capite erano 969 grammi di pane e 646 grammi di lardo o carne.
    Da alcune località come Vindolanda abbiamo liste dei cibi consumati dalle guarnigioni, che includono tutti i tipi di carne in grandi quantità: agnello, maiale, vitello, capra, cervo, capriolo, prosciutto, pesce, lardo, vino, birra, aceto. Una dieta non molto diversa da quella dei civili benestanti.

    Non sappiamo con esattezza di cosa fosse composta questa “sagina”, che nel significato ha implicita l’idea dell’ingrassare, di un alimento molto sostanzioso e nutriente. Non è escluso che ne facesse parte il decotto di orzo e fave di cui ci parla Galeno, ma il significato del termine indica un alto potenziale nutritivo e non è escluso che ne facesse parte anche la carne. Esisteva infatti un'altra espressione simile: sagina ferarum, ossia pasto da dare alle belve, che illustra bene anche il significato di sagina gladiatoria, con una non casuale assimilazione dei guerrieri professionisti, obbligati a uccidere e a praticare la violenza, alle belve feroci, notoriamente non vegetariane.

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    Plutarco narra inoltre che prima degli scontri nell'arena i gladiatori avevano una cena molto ricca e varia, un possibile saluto alla vita, fatto, vogliamo sperare, di prelibatezze: al quale però molti guerrieri rinunciavano preferendo salutare parenti e amici.

    Il banchetto prima dello spettacolo
    Plutarco, Non posse suaviter. 17, 6, d : “...vedo infatti che quelli tra i gladiatori non trasformati del tutto in bestie, ma Elleni, sebbene, prima dei combattimenti, venga loro offerto un banchetto ricco di delizie di ogni tipo, provano maggior piacere nel raccomandare le proprie mogli agli amici e nel liberare i loro schiavi, che nel gratificare il proprio stomaco.”
    Plutarco è greco e scrive sempre esprimendo i valori greci contro il potere imperiale romano. In questo passo descrive individui che non abbandonano la propria etica umana, cedendo ai piaceri materiali, e non a caso li definisce Elleni, ossia non omologati al costume della violenza romana. Alcuni gladiatori potevano avere schiavi e famiglia, ed erano quelli che sceglievano la gladiatura per professione, i cosiddetti auctorati, abbandonando i loro diritti di uomini liberi in cambio di denaro; un costume deteriore che subì limitazioni legislative. 

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    Note Bibliografiche

    Davies R W. The roman military diet. Britannia 2, 122-142. 1971.

    Kanz F, Grosschmidt K. Stande der antropologische Forschungen zum Gladiatorenhof in Ephesos. Jahreshefte des Österreichisches Archäologischen Institutes in Wien, pp. 103-123. 2005.

    Junkelmann M. Panis militaris. Mainz. 1997.