• OFFICINA LETTERARIA
  • 29 Marzo 2026

    TRISTANO E ISOTTA

      Costanza Siani

    Come cambia nel tempo la rappresentazione dell'amore come destino e condanna? L'amore tragico, in quanto forza costringente, deresponsabilizza gli amanti oppure li rende più colpevoli perché rassegnati alla loro condizione?
    Il 30 gennaio 2026 il rapper italiano Kid Yugi, nome d’arte di Francesco Stasi, pubblica il suo ultimo album “Anche gli eroi muoiono”, composto da sedici tracce. Tra queste troviamo “Tristano e Isotta”.

    TRISTANO E ISOTTA

    [Intro]
    Come ti sei ridotta, il mondo ci boicotta
    Solo il tuo sguardo mi ferisce e penetra la cotta
    Ora sei insieme a un altro, so che l'hai fatto apposta
    Il nostro amore che ci uccide alla Tristano e Isotta
    Mi hai lasciato l'insonnia, hai ancora la mia maglia
    Scivoli via dalle mie mani in cascate di sabbia
    Spaccai tutta la stanza in quel raptus di rabbia
    Volevi rovinarmi e purtroppo ce l'hai fatta

    [Strofa 1]
    Amarti è il mio destino, bucami l'intestino
    Ciò che sentiamo è un artificio, è un trucco maligno
    Questa storia è un calvario e non so perché insisto
    A volte sei brillante, altre stupida da dar fastidio
    Questi flash ad occhi aperti in cui penso al suicidio
    Ma puntualmente ho desistito, non ci son riuscito
    Non voglio che tu ti vanti di esserne il motivo
    La verità è che ho tutto e comunque mi sento un fallito
    In casa non c'è amore, i miei si mal sopportano
    E mia sorella inizia ad assomigliarmi troppo
    Ho fatto le valigie piene di odio e rimorso
    "Non mi vedrai mai più" è la bugia che mi racconto
    Se non ce la facessi, mettessi fine a tutto
    Se dando le spalle al vuoto, poi prendo e mi butto
    Ti vestiresti a lutto? Mi piangeresti un po'?
    Quanto mi strazia il pensiero che non lo saprò.

    [Ritornello]
    Come ti ho ridotta dando a te la colpa
    Sono scappato l'anno scorso sbattendo la porta
    Ora sei insieme a un altro e manco me ne importa
    Il nostro amore che ci uccide alla Tristano e Isotta
    Mi hai lasciato l'angoscia, hai ancora la mia calma
    Ti svelerò le mie paure, usale come un'arma
    Davo la testa al muro in quell'attacco d'ansia
    Volevi rovinarmi e purtroppo ce l'hai fatta

    [Strofa 2]
    Nei primi due dischi ho detto quasi tutto
    Ora rimane solo quello che mi ha distrutto
    Che capisco il tuo amore solo se piangi a diluvio
    Finché non svieni per lo sforzo con gli occhi all'asciutto
    Che sono un buono a nulla, che mi sento un perdente
    Che il successo mi ha reso solo più arrogante
    Che mi attacco morbosamente a chi mi vuole bene
    Che ho combattuto solo per il gusto di combattere
    Dovevo fare un passo indietro, ho preferito andarmene
    Eri disposta a perdonarmi, io non l'avrei mai fatto
    Non era mia intenzione creare 'sta situazione
    Sarà che non distinguo più realtà e manipolazione
    Quest'ultimo "mai più" ci durerà per sempre
    Mentre annego tra i "però", i "forse" e i "potrebbe"
    Chissà come sarebbe stato un eterno settembre
    Ti chiedo scusa ma non serve, Kid Yugi.

    [Ritornello]
    Come ti ho ridotta dando a te la colpa
    Sono scappato l'anno scorso sbattendo la porta
    Ora sei insieme a un altro e manco me ne importa
    Il nostro amore che ci uccide alla Tristano e Isotta
    Mi hai lasciato l'angoscia, hai ancora la mia calma
    Ti svelerò le mie paure, usale come un'arma
    Davo la testa al muro in quell'attacco d'ansia
    Volevi rovinarmi e purtroppo ce l'hai fatta 

    Il  testo racconta un amore tanto tragico quanto totalizzante. Questa dimensione dell’inevitabilità della tragicità dell’amore, che molto spesso si presenta nell’amor cortese, è rafforzata dal riferimento alla storia di Tristano e Isotta, evidente fin dal titolo e citata nel ritornello (“Questo amore che ci uccide alla Tristano e Isotta”).

    La canzone si apre con un’introduzione formata da otto versi ipermetrici. La drammaticità è palpabile fin da subito.
    “Scivoli via dalle mie mani come cascate di sabbia”; a partire da questa metafora, Kid Yugi parla di un amore che scivola via, che non si può trattenere, destinato a morire e a lasciare posto all’insonnia.
    Sempre nell’introduzione vengono evocati sentimenti di rancore, dolore e rabbia: “Solo il tuo sguardo mi ferisce e penetra la cotta”, “Ora sei insieme a un altro, so che l'hai fatto apposta”, “Spaccai tutta la stanza in quel raptus di rabbia”.

    Nella prima strofa, composta da sedici versi ipermetrici, viene rimarcato il carattere tragico della canzone.
    Le espressioni “Amarti è il mio destino” e “Questa storia è un calvario e non so perché insisto” parlano di questa affezione come un’esperienza inevitabilmente disastrosa, mortale. Si fa riferimento al calvario, luogo in cui venne crocifisso Cristo, che qui diventa il destino dei due amanti: vivere un amore che porta alla morte.
    Segue il ritornello, in cui compaiono per la prima volta i nomi di Tristano e Isotta.

    Nella seconda strofa, metricamente simile alla prima, troviamo un verso concettualmente simile al primo della prima strofa: “Quest'ultimo "mai più" ci durerà per sempre” e “Amarti è il mio destino”.
    Infatti “quest’ultimo “mai più””, che cerca di essere un tentativo di allontanamento tra i due amanti, in realtà “durerà per sempre”: i due si vogliono allontanare definitivamente ma, costretti da un amore tragico indissolubile, succede l’opposto.
    Non si diranno ancora “mai più”: se lo sono detti per l’ultima volta, ma non sono stati in grado di allontanarsi. Hanno capito che non ha più senso provare a dividersi perché sono destinati l’uno all’altra; di conseguenza quel “mai più”, in realtà, sancisce il loro amore eterno. Essendo l’ultimo, è l’unico tentativo che durerà per sempre, ma che non si manifesterà concretamente.
    La canzone si chiude con la ripetizione del ritornello.

    YUGI COVER

    Come già detto in precedenza, l’archetipo tematico su cui si basa il titolo e il testo del brano è la tragicità dell’amore, che trova espressione nell’amor cortese e nel racconto di Tristano e Isotta, in cui un amore irresistibile conduce i due protagonisti a un tragico finale.
    Il concetto di amor cortese si sviluppa durante il XII secolo nelle corti francesi, con la poesia dei trovatori provenzali che scrivono in lingua d’Oc. Si tratta di un amore alto, che nobilita spiritualmente l’uomo ed è basato sul servizio amoroso dell’uomo verso la donna, che è inarrivabile o socialmente irraggiungibile.
    Proprio per questo viene vissuto come una sofferenza e come un desiderio inappagato: si presenta spesso come un amore proibito.
    È proprio il tema della ferita d’amore che crea un triangolo tematico tra la canzone del rapper, l’amor cortese e il mito di Tristano e Isotta, di cui abbiamo diverse versioni.

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    La leggenda dei due innamorati si stabilizza in area francese a metà del dodicesimo secolo ed è giunta fino a noi in maniera frammentaria.
    Il Tristan di Thomas, composto in anglonormanno presso la corte inglese di Eleonora d’Aquitania, all’incirca nel 1170, evidenzia una forte contrapposizione tra cuore e corpo e si può relazionare con il testo della canzone.
    Il verso “Solo il tuo sguardo mi ferisce e penetra la cotta” solleva una caratteristica fondamentale dell’amor cortese: l’amore parte dagli occhi della donna amata.
    Qui, attraverso un linguaggio violento (ferire, penetrare), viene descritto lo sguardo della donna che colpisce e ferisce l’io lirico, presentando l’innamoramento come un danno fisico oltre che psicologico.

    Come nel Tristan di Thomas, Tristano e Isotta, dopo aver assunto il filtro d’amore, non possono fare a meno di amarsi: l’amore diventa qualcosa di inevitabile. Nella canzone troviamo lo stesso concetto: “Amarti è il mio destino”.
    Kid Yugi è destinato ad amare la donna: l’amore è un destino ineluttabile, non è una scelta ma un’imposizione.
    Questa affermazione elimina ogni possibilità di scelta e l’amore diviene condanna. Come il filtro magico nel Tristan di Thomas priva della libertà i protagonisti, così nella canzone il sentimento tossico è vissuto come una necessità.
    In entrambe le opere l’amore non segue logiche morali o sociali. Nell’opera di Thomas, la regina Isotta è sposata con Re Marco ma ama Tristano; nella canzone viene descritto un amore che corrisponde a un ribaltamento della funzione morale dell’amore, poiché distruttivo (“Spaccai tutta la stanza in quel raptus di rabbia”; “Che mi attacco morbosamente a chi mi vuole bene”; “Come ti ho ridotta dando a te la colpa”).
    Alla fine del romanzo, Tristano, credendo Isotta morta, si uccide dal dolore. Isotta, arrivata dall’amato e trovatolo morto, si uccide a sua volta: “Siete morto per il mio amore / E io muoio, amico, di tenerezza”.
    È proprio da questo passaggio che Kid Yugi sembra riprendere il verso dominante del ritornello: “questo amore che ci uccide alla Tristano e Isotta”. Ancora una volta viene rappresentata la tragicità dell’amore, inevitabile per tutti e quattro i personaggi.
    Nel romanzo il sentimento di amore e sofferenza porta alla morte fisica i due amanti; nella canzone porta alla morte interiore, che uccide l’io lirico attraverso ansia, insonnia e autodistruzione, come si evince dal testo: “Mi hai lasciato l’insonnia”, “Davo la testa al muro in quell’attacco d’ansia”, “Questi flash ad occhi aperti in cui penso al suicidio”.
    Come Tristano e Isotta cercano di allontanarsi, di rispettare le norme sociali e la morale cortese, senza riuscirci perché il loro destino è amarsi, così nella canzone troviamo “Quest’ultimo “mai più” ci durerà per sempre”: i due innamorati provano a dirsi addio ma non possono separarsi.

    La storia di Tristano e Isotta ha avuto innumerevoli riscritture, tra queste quella dantesca nell’Inferno V attraverso i personaggi di Paolo e Francesca.
    Dante e Virgilio si trovano nel secondo cerchio dell’Inferno, quello dei lussuriosi, che, come in vita sono stati travolti dalla passione amorosa, ora sono percossi da una bufera incessante.
    I due amati vengono descritti come colombe spinte dal desiderio d’amore: “Quali colombe dal disïo chiamate / con l’ali alzate e ferme al dolce nido / vegnon per l’aere dal voler portate”. Il canto, che fino a questo punto presenta un lessico straziante che descrive le grida disumane dei dannati, lascia spazio a un linguaggio riconducibile al campo semantico dell’amore, con espressioni come “dolce nido”, “affettuoso grido”, “animal grazïoso e benigno”.

    Nelle tre terzine (vv. 100-108), con un linguaggio che ricalca quello stilnovista, Francesca racconta dell’amore che “condusse noi ad una morte”.

    In questi versi viene descritto l’amore come una forza costrittiva: “Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende” è un amore che prende vita immediatamente in un cuore nobile; “Amor, ch’a nullo amato amar perdona, / mi prese del costui piacer sì forte, / che, come vedi, ancor non m’abbandona” è un amore che costringe chi è amato ad amare a sua volta, quasi sacralizzato perché eternamente presente, tanto che non abbandona nemmeno nella e dopo la morte.
    “Amor condusse noi ad una morte”: è questo stesso amore che conduce Paolo e Francesca al peccato, che li condanna ma che li tiene legati per sempre.
    I due innamorati cadono nel peccato leggendo il libro di Ginevra e Lancillotto: secondo un processo di immedesimazione, leggendo del bacio tra i due, capiscono di essere innamorati e si baciano.
    Quindi, in questo caso, l’amor cortese, pur essendo travolgente, porta al peccato, poiché pone la passione e la voluttà sopra qualsiasi moralità.

    Il peccato che lega eternamente Paolo e Francesca nell’Inferno ricalca il verso “Quest'ultimo "mai più" ci durerà per sempre”. I due innamorati, dopo il bacio, non continueranno più la lettura del libro: “quel giorno più non vi leggemmo avante”.
    Quel “mai più” indica sia l’interruzione del loro passatempo sia il peccato e la loro unione eterna.
    Ritroviamo, dunque, anche nell’Inferno questa concezione dell’amore come condizione eterna di sofferenza.

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    Un altro aspetto interessante riguarda la posizione dei narratori: questo destino che obbliga gli amanti ad amarsi, sebbene l’amore sia distruttivo, è condannato o compreso da chi narra?
    Nella canzone di Kid Yugi, l’io lirico riconosce la distruttività del suo amore ma contemporaneamente non ci rinuncia. Descrive la loro storia come un calvario, come un’angoscia, ma continua a viverla e a subirla emotivamente. In Tristano e Isotta il narratore non prende posizione, non giudica i due personaggi e non dice cosa è giusto o sbagliato: rimane irrisolto il conflitto fra cuore e corpo.
    Dante, invece, condanna l’amore passionale quando diventa impulso incontrollato che porta al peccato. Il libro di Ginevra e Lancillotto rappresenta il momento in cui si sviluppa un amore carnale che condanna Paolo e Francesca.
    D’altra parte, non si può dire che condanni Paolo e Francesca come persone: il poeta utilizza un linguaggio estremamente dolce per raccontare la loro storia ed è compassionevole, tanto da svenire per la commozione alla fine del canto. In Dante c’è quindi una duplice prospettiva: una morale teologica che condanna il peccato e una partecipazione emotiva che riconosce la dignità e l’umanità dei personaggi.

    In “Tristano e Isotta” di Kid Yugi la responsabilità morale di questo amore tragico e delle sue conseguenze è condivisa dall’io lirico e dalla donna amata.
    “Spaccai tutta la stanza in quel raptus di rabbia”, “Volevi rovinarmi e purtroppo ce l'hai fatta”, “Come ti ho ridotta dando a te la colpa”, “Non era mia intenzione creare 'sta situazione”: in questi versi notiamo come la responsabilità sia spostata da un soggetto all’altro. Da una parte l’io lirico ammette una colpevolezza, dall’altra accusa la donna amata.
    Nel Tristan di Thomas, invece, alla nascita della tragedia c’è il filtro d’amore che entrambi i protagonisti bevono. Non sono propriamente loro gli artefici del destino crudele, poiché spinti ad amarsi dal potere del filtro magico.
    Nell’Inferno dantesco, invece, la responsabilità, seppur mediata dal libro di Ginevra e Lancillotto che Francesca definisce “galeotto”, ricade sui due amanti.
    Nella canzone di Kid Yugi il conflitto interiore non si rifà né all’epica né alla teologia, ma ha carattere psicologico: vediamo come evolva il tema della ferita d’amore nei secoli e come venga trattato in modo diverso, pur mantenendo il carattere di amore tragico.

    L’evoluzione del tema dell’amore tragico si osserva anche nei diversi linguaggi usati nel Tristan, nella Divina Commedia e nella canzone rap.
    Nel Tristan di Thomas il linguaggio unisce il lessico dell’amor cortese con il registro alto e solenne dei poemi cavallereschi.
    L’amore travolgente è descritto come una forza costrittiva che condanna i protagonisti a una morte dignitosa, quasi nobile, in un contesto di servizio feudale: Tristano deve fedeltà a re Marco ma è anche legato al servizio d’amore verso Isotta.
    In Dante il linguaggio del V canto ha un vocabolario in antitesi con quello dell’Inferno: è dolce, delicato, leggero e ricalca i caratteri lirici dello stilnovo.
    In Kid Yugi, invece, il lessico è diretto, violento e corporeo. La sofferenza viene evocata attraverso il male fisico, con versi d’impatto. Non troviamo più il linguaggio cavalleresco o stilnovista, ma un linguaggio rude, aggressivo, rabbioso. In conclusione, possiamo osservare come l’amore tragico cambi forma nei secoli, attraverso il linguaggio, la natura dei personaggi, i riferimenti feudali e psicologici e la rappresentazione della colpa.
    Nel Tristan gli amanti sono deresponsabilizzati dal destino, poiché il filtro magico rende la passione superiore ai valori feudali.
    In Dante la stessa passione non elimina la colpa di Paolo e Francesca. In Kid Yugi il destino amoroso non ha più componenti teologiche o epiche, ma si traduce nella psicologia del rapper: l’amore diventa una dipendenza emotiva che rende il soggetto vittima e responsabile della propria sofferenza.

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