• OFFICINA LETTERARIA
  • 23 Febbraio 2016 | Gallery

    Borromini e le Stanze di san Filippo Neri alla Chiesa Nuova

      Sofia Barchiesi

    La chiesa di Santa Maria in Vallicella, conosciuta meglio come Chiesa Nuova, è una delle più belle di Roma.

     

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    Conserva capolavori di Rubens, Pietro da Cortona, Cavalier d’Arpino; qui era anche la Deposizione di Caravaggio (oggi alla Pinacoteca Vaticana dopo esser stata portata in Francia per ordine di Napoleone). Vi sono, inoltre, opere di tanti altri artisti che, grazie all’attenta guida dei padri oratoriani, hanno contribuito alla realizzazione di qualcosa di straordinario.
    Tutto questo ha inizio con un personaggio senza eguali, Filippo Neri.

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    Filippo, nato a Firenze nel 1515, arriva a Roma nel ‘33, e da inizio a una religiosità nuova, più vicina al popolo, agli umili, ai poveri piuttosto che ai potenti. È lui che fonda la Congregazione dell’Oratorio, riconosciuta nel 1575 da papa Gregorio XIII Boncompagni (1572-85).

    Lo stesso pontefice gli dona l’antica chiesa di Santa Maria in Vallicella che, dato il suo stato di decadenza, viene presto riedificata in dimensioni più grandi.
    Con l’andare del tempo la congregazione acquista edifici limitrofi: ancora oggi la chiesa è inserita nel cospicuo isolato vallicelliano, comprensivo anche del Convento con il celebre Oratorio, capolavoro di Borromini; qui è la Biblioteca Vallicelliana, l’archivio capitolino e altre importanti istituzioni.

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    Filippo Neri muore il 26 maggio 1595 e le stanze da lui abitate a partire dal 1583 divengono subito meta di pellegrinaggio per chi, conoscendo le sue doti straordinarie, sente l’esigenza di pregare entro quelle mura che l’avevano ospitato.

    Quelle stanze oggi non esistono più perché distrutte da un razzo pirotecnico lanciato da Castel Sant’Angelo la sera del 28 maggio 1620; vennero ricostruite fedelmente ma alla parte opposta rispetto alla loro collocazione originaria.

    Già a partire dal 1634 i padri, in seguito alla canonizzazione di Filippo avvenuta il 26 maggio del 1622 e alle esigenze di ingrandimento del Convento, decisero di traslare ogni pezzo di ciò che era rimasto.

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    Grazie anche all’apporto di padre Virgilio Spada, la congregazione ricostruì gli ambienti e li collocò accanto alla cappella della chiesa che già ospitava le spoglie del santo: si tratta della magnifica cappella nel transetto sinistro, iniziata nel 1600 grazie ai fondi del nobile fiorentino Nero dal Nero, su progetto di Onorio Longhi. Particolarità del sacello sono le incrostazioni marmoree delle pareti e dell’altare dove un tempo era la pala di Guido Reni, oggi ricordata nella versione in mosaico.

    Si voleva realizzare all’interno della Casa filippina, un vero e proprio cuore mistico, una sorta di quartiere dove le spoglie e tutto ciò che aveva avuto a che fare con il fondatore fossero degnamente ricordati. Si decise dunque di collocare gli ambienti su due piani diversi, più tardi collegati da una delle celebri scale a lumaca di Francesco Borromini, attivo per gli oratoriani a partire dal 1638.

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    Iniziamo dunque la nostra visita a questo piccolo capolavoro borrominiano.

    Alle stanze di san Filippo si accede dal corridoio che raccorda la chiesa alla sacrestia: l’accesso è dal transetto sinistro, accanto alla cappella della Presentazione di Maria al Tempio, decorata con la pala di Federico Barocci d’Urbino. Qui un tempo passava il vicolo di Pizzomerlo, in piccola parte ancora visibile dal piccolo corridoio di Borromini che porta alla prima stanza, denominata Sala Rossa per il colore della tappezzeria che riveste le pareti, rinnovata nel 1945 per volontà del Montini, poi Paolo VI (1963-78).

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    Sulla porta esterna si legge nell’elegante targa INTROITE IN ATRIA EIUS.
    L’ambiente era in origine la dispensa dei padri filippini, secondo il progetto dell’architetto Paolo Maruscelli (1627); trasformato dopo che Borromini ebbe realizzato il nuovo refettorio, oggi noto come Sala Ovale.

    L’antico accesso che collegava la dispensa al precedente refettorio venne tamponata e trasformata in armadio delle reliquie.

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    Ancora al Borromini spetta la progettazione delle mostre delle porte, in marmi preziosi, e lo splendido pavimento in cotto, richiamante la forma ellittica del dipinto al centro della volta, eseguito da Niccolò Tornioli nel 1643.
    Al centro vi è l’Apparizione della Madonna a Filippo malato; nei medaglioni laterali, a monocromo, vi sono scene della vita del santo: Filippo vede Maria che sorregge la trave della chiesa in costruzione, Filippo libera un’indemoniata e Filippo appare a una monaca predicendone la morte. L’ultimo riquadro con la Pentescoste di Filippo Neri (si tratta della miracolosa dilatazione del cuore, avvenuta nelle catacombe di San Sebastiano nel 1544) è più tardo, spetta probabilmente a Ciro Ferri, allievo di Pietro Cortona, entrambe devoti del santo.

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    La sala ospita i sarcofagi lignei - il più grande dei quali, con le tre grate circolari è di Borromini - in cui venne conservato il corpo del religioso e lo stendardo portato in processione il giorno della canonizzazione.

    Si segnala ancora la sedia in canne d’India, regalata a Filippo dall’umanista portoghese Achille Stacio, il busto in argento di Pietro Zagnoni e il ritratto del celebre Cesare Baronio di Francesco Vanni. Alle pareti vi sono i dipinti, a mezzo busto e a figura intera, dei pontefici legati alla congregazione: Gregorio XIII, Sisto V, Leone XI, Paolo V, Gregorio XV, Innocenzo X, Clemente IX e Benedetto XIII.

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    Qui sono conservate anche numerose reliquie del Neri, esposte in piccole urne nell’imponente teca armadio; vi sono oggetti e abiti, fra cui si segnala un curioso tabernacolo in alabastro con il volto del Battista: è un antico bassorilievo realizzato nel corso del Quattrocento da una delle botteghe attiva a Nottingham in Inghilterra. Dal cartiglio apposto sul retro conosciamo la vicenda di questa straordinaria opera d’arte.

    Il tabernacolo venne portato a Roma da Filippo Ricci (fratello di Ottavio, devoto del padre, che poi lo ricevette in dono) cavaliere di Malta, che, in occasione della vittoria di Lepanto (7 ottobre 1571), lo ritrovò su una nave turca, dove il capitano lo teneva in grande considerazione. Il Battista è tuttora molto venerato dai musulmani che lo ritengono un profeta di Maometto.

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    Ma in quale modo un alabastro inglese così prezioso giunse in terre d’Oriente? La sua provenienza va ricercata nell’ambiente dei cavalieri di san Giovanni di Gerusalemme, presenti nell’isola di Rodi fin dal 1310, e cacciati dai Turchi nel 1522. Fra gli appartenenti all’ordine particolarmente numerosi erano quelli provenienti dalla “Lingua d’Inghilterra”: a uno di questi, certamente di nobili origini, doveva appartenere il piccolo tabernacolo che, non a caso, raffigurava il protettore del suo ordine, più tardi detto di ‘Malta’.

    Dalla Sala Rossa, attraverso la bella mostra marmorea identica a quella che tampona l’antico ingresso al refettorio, si passa alla piccola Cappella Interna, ora in restauro e realizzata probabilmente su progetto di Pietro da Cortona (1643).

    Tornando indietro nel corridoio, e percorrendo la scala a lumaca del ticinese, si passa al piano superiore, dove si entra in due ambienti: l’anticamera e la cappellina privata del santo.

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    L’anticamera è decorata nella volta dall’Estasi di san Filippo Neri, eseguita dal Cortona nel 1636, mentre sull’altare è collocata la celebre tela di Guido Reni “Filippo Neri con la Madonna e il Bambino”, realizzata nel 1615 per la beatificazione di Filippo e in seguito trasformata dopo gli onori degli altari. L’ambiente si presenta come una piccola galleria di dipinti, donati dai numerosi devoti del santo, fra cui si segnalano il San Lorenzo di Cecco del Caravaggio, il Commiato di Cristo alla Madre di Girolamo da Santacroce, San Pietro in casa di Caifa di Carlo Saraceni e tante altre tavole e tele che testimoniano la grande devozione nei confronti di un uomo, prima che santo, dalle virtù eccezionali.

    Qui si conservano inoltre il letto e il confessionale di Filippo, che provengono da San Girolamo della Carità (chiesa e convento situati nella zona di piazza Farnese), luogo abitato dal Neri prima del trasferimento alla Vallicella.

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    Si accede così alla piccola cappella, ricostruita con i materiali e l’aspetto originario. Sull’altare dove celebrava padre Filippo vi è una copia cinquecentesca della Madonna di Santa Maria del Popolo e il tabernacolo in alabastro, argento e pietre dure, contenente reliquie del santo, fra cui un paio di occhiali.

    Alle pareti si conservano copie delle lettere scritte o ricevute dal religioso (gli originali sono nell’archivio della congregazione) e alcuni dipinti e rilievi di sua proprietà, fra questi si segnala una Madonna col Bambino attribuita a Donatello, un trittico bizantino e la Madonna col Bambino e santa Marina, donata da Pietro da Cortona.

    Fra i ricordi di Filippo presenti nel sacello, il più importante è certamente la sua maschera funebre eseguita in cera. A questa, come alle altre realizzate dopo la sua morte, si deve la vera effige del santo, utilizzata dagli artisti per la realizzazione di opere in cui il vero volto di Filippo rendeva ai devoti il suo spirito più profondo, da seguire e imitare, secondo le indicazioni della Chiesa, di cui il Neri è uno dei Figli più grandi.

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