• OFFICINA LETTERARIA
  • 12 Ottobre 2015 | Gallery

    Borromini a Roma: Re Magi nel Palazzo di Propaganda Fide

      Sofia Barchiesi

    Su piazza di Spagna, una delle più note del mondo, affaccia il palazzo di Propaganda Fide.

    Il nome della piazza si deve alla sede dell’ambasciata spagnola, posta già nel Cinquecento in questo luogo sottostante il Pincio, occupato invece dai francesi, legati alla chiesa della Trinità dei Monti.

    L’area della piazza, definita da due triangoli con il vertice unito (segnato dalla fontana della Barcaccia di Pietro e Gian Lorenzo Bernini del 1629), venne denominata, appunto per queste due presenze straniere, “piazza di Francia e di Spagna”. La sua configurazione, avvenuta tra Quattro e Ottocento, si deve anche ai numerosi alberghi, dove già nel XVI secolo, trovavano accoglienza i viaggiatori stranieri attirati  dalla vita culturale della città (si segnala, accanto alla scalinata, la prima sala da tè Babington’s aperta nella città e l’albergo, oggi Museo, dove trovò la morte nel 1821 il celebre poeta inglese John  Keats).

    Sul lato meridionale dell’area si trova il grande complesso di Propaganda Fide, un’altra straordinaria opera di Francesco Borromini che, nel 1646, divenne l’architetto della Congregazione omonima. Si notino lo stemma di papa Barberini e l’iscrizione Collegium Urbanum de Propaganda Fide.

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    È doveroso spiegare le vicende che portarono all’edificazione del palazzo, anche perché legate a un particolare momento storico. Ci si riferisce alla diffusione del luteranesimo che, a partire dalla prima metà del Cinquecento, vide come conseguenza l’inevitabile rottura con la Chiesa di Roma. Le contromosse furono immediate, tanto che già negli anni 70 dello stesso secolo si diede impulso a nuove e ferme iniziative di evangelizzazione, con l’istituzione dei Collegi stranieri, luoghi dove educare e formare giovani leve, per poi inviarle nei diversi paesi di provenienza, con lo scopo di diffondere il Cattolicesimo.

    Iniziò Gregorio XIII Boncompagni (1572-85) con la fondazione dei Collegi degli Armeni, Maroniti, Greci, Inglesi e Irlandesi; al medesimo pontefice si deve l’ampliamento del Collegio Romano e la protezione di quello Germanico-Ungarico, ma anche i successori proseguirono nell’operato, fino a Gregorio XV Ludovisi (1621-23) che il 6 gennaio 1622 istituì, dopo la prefigurazione del Concilio Tridentino, la Congregatio de Propaganda Fide, una delle pietre miliari  per lo sviluppo delle missioni e, nello stesso tempo, uno più potenti strumenti di potere della Chiesa.

    A far parte della congregazione vennero chiamati tredici cardinali, tra questi Maffeo Barberini, poco dopo nominato pontefice con il nome di Urbano VIII (1623-44).
    Nel 1626 un membro dell’istituzione, il prelato spagnolo Juan Baptiste Valdes, le donò il palazzo Ferratini che, già presente nella piazza, era stato da lui acquistato pochi anni prima, proprio con lo scopo di accogliervi giovani missionari (il palazzo era valutato 14.000 ducati!). Valdes donò alla congregazione anche quanto possedeva per il mantenimento degli alunni, chiedendo solo l’usufrutto a vita dell’edificio.

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    Qui l’anno successivo venne istituito, per volontà del cardinale Antonio Barberini, fratello del pontefice regnante e prefetto della congregazione, l’Alunnato, luogo destinato a religiosi di sei nazioni posto sotto la giurisdizione della congregazione e chiamato, in onore del papa, Collegio Urbano. Il cardinal Barberini seguì l’esempio del predecessore, tanto da lasciare all’istituzione l’intero suo patrimonio!  

    È interessante conoscere, anche ai fini della comprensione dei rapporti burrascosi tra Borromini e Bernini, la vicenda dell’edificio in cui trovò posto il nuovo Collegio Urbano.
    Si trattava del palazzo del cardinale Bartolomeo Ferratini, (pronto prima del 1586) dove nel 1634 venne realizzata da Gian Lorenzo Bernini una cappella di non grandi dimensioni, con pianta ellittica, disposta con l’asse maggiore  parallelo all’ingresso; il sacello era munito di una piccola facciata sulla strada e coronato da un tiburio con lanternino.

    Il cardinale Barberini volle dedicare questa cappella ai Re Magi, primi pagani ad adorare Cristo (a Roma la festa dell’Epifania si celebrava nella cappella, tanto che per la presenza dei  partecipanti stranieri veniva chiama la festa delle lingue). La sua costruzione fu rapidissima e l’inaugurazione (29 novembre 1634) spettò naturalmente al fratello del committente, il pontefice Urbano.
    Al suo interno era l’altare maggiore con l’Adorazione dei Magi di Giacinto Gimignani (ancora sullo stesso altare) e i due laterali con le pale, presenti ancora oggi, di Carlo Pellegrini e Andrea Camassei, raffiguranti rispettivamente la Conversione di san Paolo (prima cappella destra)e la Vocazione degli apostoli Andrea e Pietro (prima cappella sinistra).

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    La congregazione, nel giro di pochi anni, decise di ampliare la sua sede e acquistò l’intero isolato intorno al Palazzo Ferratini, dando sempre incarico al Bernini, di realizzare una nuova facciata su piazza di Spagna. Due anni dopo però fu Borromini a essere chiamato per realizzare la nuova ala del Collegio, con relativa facciata, posta su via della Mercede. Durante quest’intervento il ticinese cercò di inserire la preesistente cappella all’interno del nuovo complesso, ma in seguito, nel 1660, decise di demolirla e ricostruirla. Quest’occasione per lui fu una magnifica rivalsa nei confronti del nemico di sempre, Gian Lorenzo Bernini, che abitava nel palazzo di fronte, in cui era anche lo studio, ricordato con una lapide e busto, opera ottocentesca di Ettore Ferrari.

    La nuova cappella rivela un’inusuale plasticità spaziale. Di più grandi dimensioni della precedente, solo apparentemente può essere identificata con un impianto rettangolare con angoli arrotondati. In realtà non è così. A ben guardare, infatti, la pianta della cappella dei Magi  è una delle più riuscite del nostro architetto che qui, pur lavorando sulla base di un ovale trasversale, lo divide in quattro quarti, che sospinge verso gli angoli della sala. Tra questi quattro spazi sono inserite le linee rette delle pareti, che definiscono, appunto, una sorta di ovale trasversale che così appare dilatato e allungato.

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    Alla perfezione del sacello contribuisce anche l’articolazione della volta. Si tratta di una superficie segnata da elementi trasversali che contribuiscono alla sua elasticità, sottolineata anche dalla presenza delle paraste, della trabeazione frammentata e delle cornici, che determinano in questo modo un unico solido corpo volumetrico, traboccante di energia.
    Il sistema di volte parallele nascenti dagli angoli crea continui rimandi con gli opposti, dando vita a una sorta di volta graticolata che riunisce indissolubilmente le parti rette con quelle curve.

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    Borromini dunque, pur lavorando come sempre su esempi precedenti - in questo caso la tipologia della pianta rettangolare con volta a padiglione di età cinquecentesca -  spicca il volo con una nuova, inusuale plasticità spaziale. Qui, di nuovo, è la luce a rivestire grande importanza. Sono presenti, infatti, doppi ordini di aperture, rettangolari in basso e ovali in alto, in modo da assicurare anche alle quattro cappelle laterali, rettangolari e con fondo absidato, la piena luminosità.

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    La nuova cappella, pur essendo pronta nel 1664, è priva della decorazione a stucco, realizzata  solo dopo la tragica morte dell’architetto nel 1667 (l’intervento spetta a Francesco Fontana). L’interno presenta, oltre alle pale della struttura precedente, anche altri dipinti (fra i quali la Madonna tra i santi Filippo Neri e Carlo Borromeo di Carlo Cesi) e busti dei benefattori della congregazione, che sottolineano l’importanza  del sacello. Quest’ultimo, pur alterato dai restauri del 1815 e in parte da quelli 1955 di Clemente Busiri Vici, ha recuperato recentemente l’antico splendore; si segnala la presenza di opere d’arte anche nella biblioteca, nel collegio e negli uffici della congregazione,  le cui competenze sono state ridefinite sotto Giovanni Paolo II (Pastor Bonus), il 28 giugno 1988.

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