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  • 1 Ottobre 2015 | Gallery

    Perù. Il viaggio

      Gabriele Anaclerio

    La giornata del viaggio è composta di una serie di blocchi, ciascuno dotato di una durata propria (quale la si può rappresentare nel ricordo successivo). 

    Per miracolo questi blocchi si sostengono tra loro, come in una costruzione religiosa inca. Il viaggio nel suo complesso è una composizione articolata di tutti questi blocchi di durata. È un’architettura che si può intravedere (mentalmente) solo per frammenti. Chissà se esiste una parte del cervello dove risiede l’intero viaggio, e, perché no, l’insieme dei viaggi che si sono compiuti nel corso della propria vita?

      PERU PERU

    In un sogno febbrile, qualcosa della mentalità andina (dal punto di vista del pragmatismo occidentale): una serie di nodi che compariva incessantemente sotto altre serie a sottintendere una soluzione nascosta; e il viaggiatore era molto turbato ma misteriosamente acconsentiva, come consapevole della rivelazione di un ordine naturale delle cose.

    PERU 1

     

    Immagini peruviane

    Lago Titicaca

    Come un condor ho lentamente ondeggiato sopra l’immenso lago Titi-kaka. L’oceano sacro rifletteva delle proprie acque mobili un’immagine cristallizzata, come in una stampa giapponese. Io mi sono trasformato nel silenzio di vento che mi attraversava lassù. Il mondo di sopra abiterà la mia mente.

     TITICACA 2

    Lunga e breve conversazione con Primo, il caballero quechua che gestisce la sua casa-hospedaje a Llachón, nella penisola di Capachica. I modi e lo sguardo mite di chi vive nel luogo in cui abita. Minuscola figura seduta sui gradini della Plaza de Armas, attendeva i possibili ospiti secondo il sistema di rotazione comunitaria tra le famiglie che vige qui. Poi nel pomeriggio dialogava in quechua con una donna più anziana nella sua minuscola bodega. La piazza coloniale era immobile, frastagliata discretamente solo dai loro suoni. Poi il sole è scomparso, così la piazza. E gli uomini e le donne qui vivono con presenze di ombre.

    Seduto come un dio contemplavo l’immenso Titi-kaka, il lago-puma di pietra, immobile da quell’altezza, attraverso i sacri recinti della Pachamama, la madre terra, nell’isola Amantaní. Lì era l’assoluto del silenzio.

    Ad Amantaní è il potere assoluto del Cielo, nelle sue due manifestazioni azzurro-solare e notturno-lunare-stellare. Nient’altro sopra la realtà di mezzo del lago-oceano e della terra-Pachamama che li rispecchiano. La vita è immensa.

      PERU 3

     

    Arequipa

    Una piazza peruviana. Due vulcani di 6000 metri sullo sfondo, tre minibus stracolmi dai quali penzolano forsennati bigliettai che gridano le destinazioni, una marcetta a tutto volume che li sovrasta – è il camion della spazzatura che chiama a raccolta tutto il quartiere che si affanna con nere buste ultracariche -, un monumento alato alla patria con bandiere nel bel mezzo di tutto, tre sensi di marcia con veicoli-proiettili che si sorpassano, un sole assoluto allo zenit, un gringo che osserva. E i due vulcani da lassù tacciono e approvano.

    Raccontare la storia di una cambiavalute di una frontiera andina, la cui intera vita – esistenziale e materiale – consiste nello spostare monete dal valore insignificante, intervallando il gesto con intense durevoli sieste sotto un ampio sombrero.

       

    Ollantaytambo, sierra andina

    Circondato dalle Ande, nella penombra del pomeriggio, dietro a una veranda che contempla il sole del tramonto. Come un ventoso pueblo de frontera del West, luogo di passaggio, viaggio a massima intensità. I tanti gringos diretti al Machu Picchu si dilatano nella luce filtrata delle montagne.
    Caduto il sole, il regno delle montagne prende possesso della cittadina immersa nella valle. Solo con molto alcool una preghiera potrebbe salire verso di loro.

      

    Pucallpa, Amazzonia

    La pioggia è infinita, biblica. Siedo, nell’illusione di farla passare, a un tavolino di Plaza de Armas, sorseggiando molto lentamente un jugo de piña. Sprofondo nella lettura di una lettera di Allen Ginsberg al suo amico William Burroughs tutta incentrata sugli effetti allucinogeni dell’ayahuasca, sperimentati nella stessa città amazzonica in cui mi trovo, Pucallpa. Mentre il gran visionario e il gran vomitatore raggiungono il climax rivelando inedite divinità intra-corporee, mi si avvicina di lato un mendicante con gli occhi invasati. Mi fissa intensamente, non c’è più distanza tra noi. Mi rimprovera, “solo la Bibbia dovresti leggere!”. Mi chiede la mia origine. “Gli italiani non conoscono Dio”. “Ce l’hanno fatto conoscere fin troppo bene”. Forse non comprende il senso della risposta e, anche per il mio nome di angelo, mi si fa amico, chiede gentilmente l’elemosina. Mi saluta sorridendo e se ne riscompare nella pioggia. 

    Nella giungla la vita rivela tutta la sua autocoscienza di effimero passaggio, ma anche di durata da preservare: il morso di un serpente, la caduta di un ramo dalla secolare altezza di un albero e, parallelamente, gli infiniti significati curativi associati all’enciclopedia vegetale che costituisce il paesaggio amazzonico. La vita qui è un passaggio protetto.

    Il concetto di “zoo amazzonico” è l’ossimoro per antonomasia. L’imprigionamento della biodiversità più radicale nel Parque Natural di Pucallpa ha prodotto almeno queste due immagini: un puma immobile che contemplava la libertà perduta dal fondo delle sue pupille di ghiaccio, dal punto più discosto della gabbia, e una altrettanto immobile cicogna, le nere zampe (come il muso) lunghe e sottilissime, il cui aspetto ricordava l’elegante ricercata miseria di un asceta indù. Nell’assenza totale di movimento (finanche degli occhi) non poteva esserci un’espressione più assoluta dell’idea di libertà. (Pucallpa)

     PERU PERU 3