• Diario d'ascolto
  • 3 Dicembre 2018

    LA DOPPIA FACCIA DELL'ELISIR D'AMORE

      Carlo Piccardi

    Il pubblico milanese, che nella primavera del 1832 al Teatro alla Scala aveva fatto cadere senza appello Ugo conte di Parigi, qualche mese dopo, il 12 maggio al Teatro della Canobbiana, avrebbe acclamato l’Elisir d’amore.

     

    Lo stimolo dell’insuccesso dovette rappresentare per Donizetti la premessa necessaria alla riuscita dell’opera. 
    Come tutte le opere nate a cavallo di epoche diversamente orientate, il capolavoro del compositore bergamasco sembra fatto apposta per suscitare diverse chiavi di lettura. Il canto dei contadini occupati nella mietitura, con cui si apre la prima scena, introduce ad esempio una notazione a cui senz’altro hanno guardato i propugnatori del verismo in musica, benché da parte di Donizetti non vi fosse nessun impegno indagatore di orientamento naturalistico.

    NEMORINO E ADINA

    La vera doppia faccia dell’opera riguarda i succhi sentimentali che si intrecciano con l’abile sfruttamento delle risorse comiche e che ripropongono quella bipolarità introdotta nel teatro musicale fin dal tempo de La buona figliola di Niccolò Piccinni (1760), ma che qui in verità si trova a fare i conti con una palpitante sostanza sgorgante da sorgente romantica.

    Il personaggio di Nemorino – assai più di Adina che, con tutta la sua ‘complessità’, non è in fondo che l’erede di maliziose e calcolatrici Serpine settecentesche – non lascia ricondurre la sua ingenuità alla condizione di contadinotto semplicione, ma, nell’infatuazione amorosa, che non concede spazio ad altro sentimento e che lo porta addirittura a ‘vendere l’anima’ arruolandosi soldato, scopre il candore di un sentire profondo che l’individuo non può più padroneggiare.

    FURTIVA LAGRIMA

    La fortuna dell’opera comica fino a Rossini era imputabile in fondo (al di là di ogni illusionismo) al tranquillizzante riconoscimento del personaggio chiave di turno, regista di ogni situazione e dipanatore di ogni matassa, magistralmente canonizzato nel Figaro rossiniano. A fargli eco nell’Elisir troviamo Dulcamara, il dottore ciarlatano capace di spacciare ai villici Bordeaux per filtro di potenza magica, ma che, nonostante la magnetica potenza della sua prima apparizione, viene poi declassato a furbesco profittatore di situazioni senza diventarne il vero protagonista. Quando nel finale egli si ripresenta insieme al sergente Belcore a prendere congedo dagli abitanti del villaggio, l’opera è già conclusa nell’abbraccio dei due innamorati ritrovatisi in virtù di puro sentimento.

    ELISIR 3

    A dimostrazione della china ormai presa dall’elemento comico basterà prestare orecchio all’arresa cantabilità del fagotto nell’introduzione alla celebra romanza “Una furtiva lacrima”: lo strumento per eccellenza chiamato in causa a contrappuntare gli esilaranti cicalecci di espressioni affatto esteriori qui si fa veicolo di sostanza impalpabile, di toccante scandaglio dell’anima, in cui metaforicamente è preannunciata l’impotenza di Don Pasquale di continuare a battere le vie del comico in un secolo ormai destinato ad abbeverarsi ad altra vena.

    DONIZETTI FINE